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“Zola” sfida la muraglia cinese

I turisti che arrivano in Cina vogliono tutti una cosa. Andare a vedere il Great Wall, la Grande Muraglia. Poi si connettono per scaricare la posta e guardare Facebook e scoprono un altro muro, ancora più alto. È il Great Firewall, il sofisticato sistema di censura usato dal governo di Pechino per controllare (e cancellare) migliaia di contenuti sul web. «Scalarlo» non è per nulla facile. Ogni giorno ci provano cittadini comuni, giovani, impiegati, vecchi. Il loro obiettivo è raccontare la vera Cina, quella alle prese con inquinamento, violenza e disparità sociali sempre più evidenti. Chi scrive rischia tutto. La stampa internazionale riporta le storie dei dissidenti più noti, come il professore Liu Xiaobo o l’artista Ai Weiwei. Ma non sono i soli. Per Reporters Without Borders attualmente sono 97 i cinesi in carcere per aver scritto in Rete notizie e considerazioni sgradite al governo: citizen journalist, blogger ribelli, attivisti, netizen. Le etichette sono tante ma le storie, in fondo, abbastanza simili. Quella di Huang Qi, per esempio, che nel 1999 fonda insieme alla moglie il sito www.64tianwang.com per segnalare le persone scomparse nel traffico di esseri umani. Nel 2000 Qi viene arrestato con l’accusa di «incitare alla sovversione». Appena uscito dalla cella, cinque anni dopo, comincia a raccontare le storie dei bambini morti nel terremoto nella provincia di Sichuan e sollecita un’inchiesta sulla qualità delle infrastrutture scolastiche. Risultato, altro giro di chiave e Qi torna in prigione. Cheng Jianping (Wang Yi), 46 anni, nel 2010 è stata condannata a un anno di rieducazione attraverso i lavori forzati con l’accusa di incitamento al disordine pubblico. La sua colpa? Aver pubblicato un commento sarcastico su Twitter, in cui criticava manifestanti cinesi che protestavano contro il Giappone per una disputa territoriale tra i due Paesi. Ora è detenuta — senza processo — nel campo di lavoro femminile di Shibali, nella provincia di Henan. Dire la verità costa carissimo. Dal 2008, anno dell’Olimpiade, la lista dei siti bloccati in Cina si è allungata: Facebook, Twitter, Google, Gmail, YouTube, WordPress. Il governo ha creato sue piattaforme e Sina Weibo, conosciuto come il «Twitter cinese», è diventato il socialmedia più usato dai cinesi. Tuttavia i «dissidenti» lontani dai riflettori occidentali aumentano: blogger critici, giovani nazionalisti inferociti, opinion maker dai toni populisti; netizen responsabili che, grazie alla tecnologia e alle possibilità offerte dalla lingua cinese, aggirano la censura. Come ha raccontato Marco Del Corona su «La lettura» la lingua cinese, tonale, permette di divertirsi con gli omofoni: ideogrammi diversi possono avere suoni uguali o simili, espressioni pronunciate in modo identico significano tutt’altro. Dal lessico al web, online è disponibile uno strumento per convertire il testo e cambiare il verso della lettura da destra verso sinistra e dall’alto verso il basso. Ma il Great Firewall non si lascia scoraggiare. Preoccupati dall’effetto domino delle rivolte in Medio Oriente e Nord Africa e dai movimenti «Occupy» sparsi per il mondo, i burocrati di Pechino hanno aumentato il dizionario delle parole proibite: guai a digitare le parole «gelsomino», «Egitto» o il nome di una città cinese seguito da «Occupy». I funzionari del partito oggi sono dotati di RedPad, un tablet Android da 9,7 pollici e custodia in pelle con applicazioni specifiche per tenere d’occhio blogger, giornalisti e lettori. Che provano a resistere. Cambiano modo di agire: meno attivisti, meno intellettuali e più citizen journalist. Due su tutti, Zola (Zhou Shuguang) e Tiger Temple (Zhang Shihe). Uno trent’anni, l’altro cinquanta, uno fruttivendolo, l’altro ex libraio. Semplici cittadini che raccontano la vita quotidiana e le sue ingiustizie, quella dei «senza tetto» di Piazza Tienanmen e dei contadini che lottano contro l’inquinamento delle fabbriche. La polizia controlla anche loro. Ma Zola e Tiger Temple riescono a dribblare il sistema senza finire nella categoria «dissidenti». E vanno avanti. A raccontare le loro vite è Stephen Maing, autore del documentario High Tech Low Life, presentato in anteprima al festival di Internazionale a Ferrara, all’interno della rassegna Mondovisioni. «Ho scelto Tiger e Zola perché rappresentano due diverse generazioni di blogger e incarnano alla perfezione il tentativo di cambiare le cose in Cina», spiega Maing. I due, alla fine del documentario, si incontrano alla Chinese Blogger Conference a Lianzhou. E lì sfidano il Great Firewall, con Zola che spiega ad altri suoi coetanei come usare un blog e con Tiger che firma i post con il nome della sua gatta Mongolia. «Nonostante la censura, c’è un fermento culturale notevole, i confini di ciò che è proibito e ciò che è lecito non sono così definiti, c’è uno spazio in cui infilarsi», spiega Steve. E sia Zola sia Tiger raccontano: «Se posti video sei più al sicuro, le parole sono più pericolose: possono attribuirtele». Secondo le cifre ufficiali, nel 2011 in Cina c’erano 513 milioni di utenti web, e il tasso di diffusione della Rete era del 38,3%. Di questi, 356 hanno accesso a Internet attraverso il telefonino e più di 250 usano piattaforme di microblog per comunicare. Difficile spiarli tutti, anche perché crescono come funghi. Ed etichettarli come dissidenti non sempre è possibile. Succede anche con Han Han, 30 anni, scrittore, saggista e pilota di rally. Han Han ha pubblicato nel 2000 il suo primo romanzo, Le tre porte, vendendo più di due milioni di copie (in Italia il libro è edito da Metropoli d’Asia). Nel 2006 ha aperto un blog, la cui media di visitatori è di più di 400 milioni l’anno e oggi scrive per il «New York Times». Nei suoi saggi Han ha raccontato «la generazione post 1989», l’anno di piazza Tienanmen: apolitica, ossessionata dai soldi e dallo status sociale, figlia dello sviluppo economico del Paese. Sul sito si occupa spesso della censura, dello sfruttamento dei giovani lavoratori, dell’inquinamento e del divario tra ricchi e poveri. Sul tema del dissenso ha scritto: «Posso accettare il fatto che in Cina non ci sia una vera democrazia, né un sistema multipartitico e che non ci sarà nel prossimo futuro, ma ci sono questioni più urgenti e realistiche come la libertà di stampa e quella culturale». Pechino accusa Washington di strumentalizzare i blogger «dissidenti» e di usarli per contrastare l’ascesa economica e politica della Cina. Difficile dire se sia vero. Di sicuro c’è che l’Occidente non ha sempre aiutato i dissidenti. Uno dei casi più terribili è quello del giornalista Wang arrestato e condannato grazie alle informazioni fornite dal motore di ricerca Yahoo! alle autorità cinesi. In alcuni casi infatti la Silicon Valley ha dato una mano ai regimi consegnando le vite dei blogger nelle mani dei carnefici. E lo ha fatto nascondendosi dietro al controverso principio del «dobbiamo rispettare le leggi dei Paesi in cui operiamo». Così se la tecnologia ha reso facile esprimere la propria opinione in Rete, allo stesso tempo dire la verità è diventato molto più pericoloso. Soprattutto in Cina.

Marta Serafini

Fonte: Corriere della Sera.it, 9 ottobre 2012