Yunnan, la miniera della morte “non doveva essere aperta”

La miniera della provincia sud-occidentale dello Yunnan dove ieri sono morti 21 minatori – e dove si trovano ancora intrappolati altri 22 lavoratori – operava in maniera illegale. La cava, sottolineano oggi fonti governative cinesi, aveva perso la propria licenza l’anno scorso. Al momento sono ancora in corso i tentativi di salvare i minatori intrappolati, ma le squadre di soccorso temono che si possa verificare una nuova esplosione di gas simile a quella che ha provocato il crollo. I parenti delle vittime si trovano ora vicino alla miniera Sizhuang, che si trova nei pressi della città di Qujing: a un giorno dall’incidente, non sono ancora stati estratti dei sopravvissuti. L’area in cui è stata aperta la cava è sabbiosa, e ogni tentativo di intervenire potrebbe peggiorare la situazione. Si tratta del secondo grave incidente in meno di una settimana nel campo delle estrazioni minerarie. Lo scorso 5 novembre, infatti, 8 minatori sono morti in un’esplosione avvenuta in un’altra miniera di carbone a Qianqiu, nella provincia dell’Henan, che appartiene al gruppo minerario statale “Henan Yima Coal Mine Group”. Nonostante gli sforzi (apparenti) del governo centrale per colpire le industrie minerarie che non applicano gli standard di sicurezza, dunque, rimane altissimo il prezzo di sangue che la Cina paga per soddisfare la propria sete di energia. Povero di petrolio (in relazione all’ampiezza del proprio territorio), il Paese punta ancora molto su gas naturale e carbone fossile. Ma le miniere non seguono neanche i più elementari dettami in materia di prevenzione. Nel 2002, secondo stime ufficiali, sono morti almeno 7mila minatori. Lo scorso anno, sempre secondo i dati di Pechino, altri 2.433 minatori: più di sei al giorno. Tuttavia molti sono convinti che le stime non tengano conto delle altre migliaia di vittime che vengono nascoste dagli imprenditori nel campo, con la connivenza dei dirigenti comunisti locali.

Fonte: Asia News, 11 novembre 2011

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