Xinjiang, migliaia di uiguri spariti nel nulla: “Forse sono morti”

Dei dodici uighuri condannati a morte nei giorni scorsi “nove sono stati già uccisi. Secondo le informazioni in nostro possesso, oltre diecimila cittadini di nazionalità uiguri sono stati arrestati e chiusi in galera fra il 5 luglio e il primo ottobre. Molti sono spariti, e pensiamo che siano stati ammazzati”. È la denuncia fatta questa mattina da Rebiyia Kadeer, leader dell’etnia della provincia settentrionale del Xinjiang, durante la sua visita in Giappone.

Secondo la dissidente, il Congresso mondiale degli uiguri – l’organizzazione da lei guidata – “vuole parlare con il governo cinese. Pechino deve accordarci una nostra autonomia, perché con il suo modo di agire distrugge la nostra nazione, la nostra educazione, la nostra religione e la nostra libertà di espressione”. La frase si riferisce al massiccio ingresso di cinesi di etnia han (maggioritaria in Cina) nella provincia dello Xinjiang. Secondo gli autoctoni – turcofoni di religione musulmana – l’ingresso di questi “ospiti” è mirato a distruggere l’identità locale.

Protetti dal governo centrale, gli han in effetti sono in posizione predominante in quasi tutti i campi: economico, universitario e gestionale. Gli uiguri – che identificano la loro terra con il Turkestan orientale – hanno chiesto più volte una sorta di autonomia (almeno culturale) dalla Cina. Proprio queste richieste sarebbero alla base delle sanguinose proteste iniziate lo scorso 5 luglio, che secondo il bilancio ufficiale di Pechino sono costate la vita a 192 persone, per la maggior parte han.

Ma secondo un rapporto presentato oggi da Human Rights Watch (Hrw), e confermato dalle dichiarazioni della Kadeer, “migliaia di manifestanti sono spariti senza lasciare traccia subito dopo le proteste”. L’Organizzazione non governativa, con base a New York, sostiene di avere “prove di prima mano che riguardano più di 40 singoli casi di uccisioni mascherate da sparizioni. Ma queste sono soltanto la punta dell’iceberg”. I dati sono contrastanti, ma quelli più accreditati parlano di almeno mille casi di uccisioni.

Il rapporto di Hrw parla anche delle “modalità con cui la polizia cinese ha cercato di fermare le proteste del luglio scorso. Le strade sono state blindate da agenti in tenuta anti-sommossa, che hanno preso parte alle violenze arrivando a sequestrare dei sospetti per interrogarli con la tortura. In alcuni casi la polizia è arrivata a dare fuoco a case e uffici, portando via le persone senza accuse o spiegazioni”.

Fonte: AsiaNews, 21 ottobre 2009

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