Xinjiang, a processo altri 14 uiguri, dopo 6 condanne a morte

Si è aperto oggi il processo contro 14 uiguri accusati di aver fomentato gli scontri etnici nello Xinjiang lo scorso luglio. Solo due giorni fa, sei uiguri sono stati condannati a morte per crimini simili.

La Xinhua afferma che i 14 sono accusati di omicidio, furto, incendio e vandalismo durante le manifestazioni iniziate il 5 luglio scorso in modo pacifico e degenerate poi in scontri fra uiguri musulmani e cinesi han. Il tardo intervento della polizia e dell’esercito ha messo fine a una vera e propria guerriglia urbana che ha fatto quasi 200 morti e più di 1000 arresti.

Pechino ritiene che le manifestazioni e gli scontri sono stati orchestrati dalla diaspora uiguri, capeggiata dall’esule Rebiya Kadeer, definita una terrorista.

I 14 alla sbarra fanno parte di un gruppo di 21 arrestati per crimini durante le rivolte. Sei sono già stati condannati a morte e uno all’ergastolo. Ieri Rebiya Kadeer ha criticato le esecuzioni. “Tutto questo non va a contribuire nel creare un clima di pace e di stabilità nella regione; esso andrà ad accrescere la collera del popolo uiguri”.

La Kadeer, che è fra i leader del World Uyghur Congress, ha anche detto di temere che molti degli arrestati – oltre a quelli condannati a morte – sono stati torturati o scomparsi.

Da oltre mezzo secolo gli uiguri rivendicano maggiore autonomia dal governo centrale. Alcuni gruppi di musulmani del Movimento islamico del Turkestan orientale riescono talvolta a eseguire degli attacchi terroristici. Pechino controlla in modo militare la situazione, attuando arresti e di condanne a morte, almeno centinaia all’anno. Per frenare “il terrorismo”, Pechino controlla anche la vita religiosa degli uiguri: controlli sui discorsi degli imam; divieto a giovani a partecipare alla preghiera in moschea; demolizioni di moschee e scuole islamiche.

Fonte: AsiaNews, 14 ottobre 2009

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