Wikileaks: altri documenti interessanti sulla Cina

Tra i cable pubblicati oggi, provenienti dall’ambasciata Usa di Pechino, ne abbiamo scelti quattro. Si scopriranno il consiglio di amministrazione dell’azienda Cina, i gusti cinematografici del futuro leader del paese, Xi Jinping, il carisma armonioso di Li Keqiang, l’equilibrio di potere sul Tibet nel 2008 e la leadership sicura e incontrastata di Hu Jintao. Di seguito il dettaglio dei quattro documenti.

Principini vs Bottegai
I piani alti dell’apparato governativo cinese sono per antonomasia il luogo più inaccessibile di tutta la Repubblica popolare. Il Comitato centrale del Pcc nella storia, complice una segretezza quasi totale del meccanismo decisionale e dei regolamenti di conti interni, ha preso delle connotazioni quasi mitiche. A discapito dell’epica, il leak del 23 luglio 2009 rivela la fittissima rete di interessi incrociati che anima i rapporti tra i più alti vertici del Partito, spiegando chiaramente le divisioni internedell’organo “più democratico del mondo”: il Politburo di Pechino. Secondo i contatti dell’ambasciata americana, la gigantesca torta cinese sarebbe suddivisa in modo rigorosamente materialista, adottando organigrammi a piramide degni delle multinazionali occidentali. Vista in quest’ottica, il CEO sarebbe Hu Jintao, l’azionista di maggioranza dell’azienda Cina: all’interno del Politburo, in sede di discussione e votazione di politiche economiche nazionali, rapporti con Corea del Nord o Taiwan ed altre questioni fondamentali, le decisioni vengono prese assieme da tutti e 25 i membri; per tutto il resto, in sostanza, basta non calpestarsi i piedi. Il Pcc è una grande famiglia, e gli interessi di tutti i leader devono essere tutelati.
“E’ noto – spiega la fonte – che l’ex premier Li Peng e la sua famiglia abbiano il controllo dell’energia elettrica; Zhou Yongkang ed associati controllano il petrolio”. La famiglia dell’ex top leader Chen Yun controllava la maggioranza degli istituti bancari cinesi, mentre a Jia Qingling andava il mercato immobiliare di Pechino; il genero di Hu Jintao era a capo del portale internet sina.com, e la moglie di Wen Jiabao ha il monopolio delle gemme preziose.
In piccolo, il sistema si ripete anche a livello locale, con rappresentanti di partito che si aggiudicano posizioni di potere dopo aver investito moneta sonante nel settore del referente politico preferito, e che quindi, da buoni azionisti, vogliono vedere grossi profitti in poco tempo. “Per questo – continua la fonte – il partito del Growth First sarà sempre più influente di chi vuole occuparsi dei poveri o controllare l’inflazione”.
Ma in aggiunta alle dinamiche prettamente economiche, come nella migliore delle tradizioni imperiali, anche i legami di sangue non vengono trascurati. All’interno del Partito esistono due fazioni: i principini e i bottegai. I primi, figli di eroi della rivoluzione, rivendicano il diritto genetico di guidare il Paese, in contrapposizione ai secondi, che non potendo vantare un pedigree di lotta, vengono derisi e sminuiti come “figli di bottegai”. Xi Jinping ad esempio rientra nei principini, mentre Hu Jintao e Wen Jiabao sono riconducibili alla fazione dei bottegai. L’aneddoto conclusivo è illuminante: la fonte cinese sostiene di aver sentito una famiglia principina denunciare la pochezza rivoluzionaria di un bottegaio dicendo che “mentre mio padre stava sanguinando e morendo per la Cina, tuo padre era lì a vendere lacci per le scarpe”. E la chiamano armonia.

Al futuro Leader non piace Zhang Yimou
E’ descritto come un tipo ambizioso, rigoroso e austero, sicuro di sé e in grado di sciorinare dati che dimostrano il suo ottimo operato. Già nel 2007 l’ambasciata Usa mette Xi Jinping (recentemente nominato vice capo della commissione militare centrale, anticamera della carica di segretario del Partito comunista cinese) tra i potenziali candidati alla successione di Hu Jintao nel 2012. Nel 2007 Xi Jinping èsegretario del partito nella provincia del Zhejiang, dalla quale arrivano ottimi risultati in termini economici, di regolamentazione dei lavoratori migranti, di lotta alla corruzione. Xi Jinping si pone sulla linea lunga di Deng Xiaoping, quando afferma che la Cina è ancora al primo stadio del suo sviluppo.
Poco tempo prima della stesura del rapporto Xi Jinping si era recato anche negli Usa. Dall’ambasciata degli Stati Uniti, una volta tornato in Cina, si raccolgono le sue impressioni sul viaggio. Xi Jinping risulta innamorato del cinema di Hollywood, che produce film sulla seconda guerra mondiale (si augura che continueranno a farlo, definendoli “pieni di verità con una chiara divisione tra buoni e cattivi”). Mica come i cinesi, come Zhang Yimou, che vinceranno pure gli Oscar, specifica Xi Jinping, ma che alla fine parlano sempre degli stessi intrighi di corte all’epoca imperiale.  La maledizione del fiore dorato, del 2006, ad esempio, a Xi Jinping non è proprio piaciuto: dopo la visione si è detto confuso. Molto meglio Salvate il soldato Ryan.

La star della quinta generazione
Descritto come l’altro pretendente alla carica di segretario generale, Li Keqiang il 12 marzo 2007 cena con l’ambasciatore statunitense a Pechino. Allora segretario del partito di Lianoning, si trovava a Pechino per il Congresso Nazionale del popolo. Serio e seriamente impegnato nella creazione della società armoniosa (quindi più sulla scia di Hu Jintao di quanto non sia Xi Jinping) Li Keqiang si concentrò soprattutto sul tema della corruzione e la necessità di una diminuzione delle differenze in seno alla popolazione cinese: in questo senso rieccheggiano le caratteristiche della politica sociale di Wen Jiabao. Molto cauto e misurato nei giudizi, Li Keqiang all’ambasciata statunitense appare arguto e con un buon senso dell’umorismo. Per quanto il colloquio avvenga in cinese, l’ambasciatore americano registra una buona conoscenza dell’inglese di Li, viste le sue continue correzioni all’interprete. Il suo hobby: camminare. Il suo posto preferito negli States: Oklahoma. Anche i leader cinesi hanno altri interessi oltre l’economia.

Il re del Tibet
Il rapporto dell’8 aprile stilato dall’ambasciatore americano a Pechino Clark T. Randt racconta della lunga chiacchierata fatta dal diplomatico statunitense con una non meglio precisata “fonte di vecchia data” cinese, presumibilmente attiva nel settore dell’editoria. Le rivolte tibetane di marzo sono appena passate, stroncate con molta decisione dalla politica del pugno duro di Hu Jintao che, secondo la fonte, presso il Comitato permanente del Pcc esercita una leadership indiscutibile. Hu Jintao è stato segretario di partito in Tibet durante gli ultimi anni ’80, sedando due rivolte nell’87 e nel ’89 ed incassando il plauso di Deng Xiaoping, lancio ufficiale ad una futura presidenza della repubblica popolare: per questi meriti, nessuno “osa discutere” le decisioni di Hu sulla politica da applicare in Tibet, affronto che risulterebbe senza dubbio in un “suicidio politico”, rischiando la nomea di “troppo soft” o addirittura “traditori”, che porterebbe alla cacciata dal Partito, come Hu Yaobang (segretario generale del Pcc a ridosso delle proteste di piazza Tiananmen, punto di riferimento dei moti riformisti dell’89, cacciato dal Partito e solo recentemente riabilitato, post mortem).
Secondo la fonte anonima cinese, nel Politburo la figura preponderante di Hu Jintao garantisce un’omogeneità totale sulla questione tibetana, che per la Cina è diventata oramai più importante della disputa taiwanese. A questo proposito, le uscite più moderate di Wen Jiabao, premier cinese e numero due del Partito, non sono da interpretare come una dualità al vertice, bensì semplicemente come l’ormai classico “Wen style”: quello del leader sorridente vicino al popolo, che di lì a pochi mesi, grazie alla spettacolare performance mediatica nella quale Wen si è profuso durante la tragedia del terremoto del Sichuan, sarebbe passato agli annali della stampa nazionale come “Nonno Wen”. La fonte cinese sostiene che, sul Tibet, Hu e Wen sono come “i due lati di una bustina di zucchero: uno bianco ed uno nero, ma sempre parte della stessa bustina”.
In seguito la conversazione si sposta su due articoli pubblicati dalla stampa del Guangdong, sempre governativa ma solitamente più riformista, che lamentavano le restrizioni governative ai danni dei giornalisti, anche cinesi, ai quali non sarebbero state garantite le condizioni per una copertura dei fatti tibetani. L’ambasciatore chiede come sia possibile che la stampa governativa permetta la pubblicazione di critiche simili, ma la fonte minimizza, sostenendo che il Southern Metropolis ed il Southern Weekend (due giornali del gruppo editoriale che voleva acquistare Newsweek) siano solamente la dimostrazione di una lieve apertura della propaganda nazionale. D’altronde “Hu Jintao è responsabile diretto degli affari mediatici tibetani: chi avrebbe mai avuto il coraggio di pubblicare qualcosa senza averne prima avuto il permesso?”.

Matteo Miavaldi, Simone Pieranni

Fonte: Gli Italiani, 9 dicembre 2010

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