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Wen Jiabao sfida Washington: “Lo yuan resta fermo”

Lo yuan renminbi “resterà stabile dov’è, nonostante le pressioni americane ed europee che vorrebbero una sua rivalutazione. Io non credo che la moneta cinese sia sottostimata, e per questo ci opponiamo a quelle nazioni che puntano il dito contro altri governi e cercano di costringerli a fare cose che non vogliono”. Lo ha detto ieri il primo ministro cinese, Wen Jiabao, nel corso della conferenza stampa annuale che chiude i lavori dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese.

Con le dichiarazioni del premier, la Cina ha ribadito che sulla spinosa questione della rivalutazione dello yuan resterà ferma sulla sua posizione: Pechino manterrà il cambio stabile, uno schiaffo a quanti negli Stati Uniti chiedono con forza la rivalutazione dello yuan sul dollaro. E questo nonostante Washington abbia velatamente accusato la nazione asiatica, la scorsa settimana, di mantenere viva la crisi finanziaria globale con la propria posizione, che avvantaggia le esportazioni cinesi.

Alcuni analisti, sui media nazionali e internazionali, spiegano che sulla “questione yuan” si incrociano due ordini di problemi, uno di interesse nazionale cinese e uno di carattere generale sulla gestione della crisi da parte dell’America. La Cina, infatti, ha già ventilato la possibilità di rivalutare lo yuan di circa il 10%. Secondo alcune stime, Pechino possiede riserve per un valore complessivo di circa 3mila miliardi di dollari: quindi una rivalutazione dello yuan significa una perdita teorica di 300 miliardi di dollari. E una rivalutazione del 40%, richiesta da alcuni economisti americani, avrebbe un valore di 1.200 miliardi.

Inoltre, una rivalutazione dello yuan colpirebbe le esportazioni, e quindi avrebbe un effetto diretto sulla occupazione delle aziende esportatrici. Calcoli del governo cinese sostengono che 1% di rivalutazione può corrispondere a un 1% di riduzione delle esportazioni e quindi a un diminuzione esponenziale dei posti di lavoro. Davanti a queste cifre, l’esecutivo di Zhongnanhai [il quartiere blindato nel cuore di Pechino, dove vive e lavora il governo] ha chiarito di non poter fare di più.

Lu Ting, economista della Bank of America-Merrill Lynch di Hong Kong, conferma: “Non si vedono segnali verso una rivalutazione della moneta. È possibile che Pechino abbia dei piani di riforma valutaria, ma la pressione di altre nazioni non farà altro che allontanarla dal proposito”. Oltre alla perdita di valuta americana, la Cina teme anche di infittire l’inflazione che ha colpito il Paese negli ultimi due anni.

Nel discorso che ha aperto l’Anp, infatti, Wen ha chiesto che il Prodotto interno lordo cinese cresca dell’8 %, ma ha aggiunto che l’inflazione deve essere tenuta intorno al 3 %. La soglia dell’8 % è fissata tradizionalmente per garantire occupazione e ordine sociale. Essa sembra abbastanza facile da raggiungere, dato che già nell’ultimo trimestre del 2009 la crescita è stata del 10,7.

Ma proprio tale crescita – ottenuta grazie a un pacchetto di aiuti governativi per 4 mila miliardi di yuan, divenuti poi 9 – ha portato a enormi speculazioni edilizie, a un rischio inflazione e all’innalzamento del 9,5% dei prezzi al consumo nelle maggiori 90 città del Paese. Questi dati, se mantenuti sul lungo periodo, porteranno a un aumento delle proteste sociali che il governo teme moltissimo.

In conclusione di conferenza, il premier è apparso sulla difensiva quando un giornalista straniero lo ha interrogato sul fatto che l’americana Google ha minacciato di lasciare la Cina per la censura e sul caso dell’australiana Rio Tinto, che ha cinque dirigenti in prigione. “Le imprese straniere sono sempre le benvenute – ha affermato il premier – purché rispettino la legge. Nei prossimi anni mi impegnerò per conoscere più direttamente i problemi degli imprenditori stranieri in Cina”.

Fonte: AsiaNews, 15 marzo 2010