Wei Jinsheng: una primavera per i diritti umani in Cina e nel mondo è possibile

Nell’ultimo periodo moltissimi attivisti per i diritti umani sono stati imprigionati, proprio come Ai Weiwei. Sono entrati in quelle galere che non rispettano la legge in attesa di processo. E probabilmente le forme di tortura che stanno subendo potrebbero essere peggiori di quelle toccate a me. Eppure, anche se vengono rilasciati, non denunciano quello che gli è accaduto. Questo si spiega perché molti di loro non possono parlare. Alcuni arrivano persino a lodare le “misure umanitarie” intraprese nelle prigioni cinesi. Sono frasi che nascono dalla tortura”. A parlare così è Wei Jinsheng, l’esponente più rappresentativo della dissidenza cinese, insignito a Bettona del premio “Renzo Foa” per il ruolo fondamentale nella diffusione del movimento democratico e l’affermazione dei diritti umani in Cina.

Componente del consiglio generale del Partito Radicale Nonviolento Transpartito e Transnazionale, Wei attualmente vive negli Stati Uniti, a Washington, dopo avere scontato quindici anni di dura prigione nel proprio paese.

Nato nel 1950, si è scontrato presto con i dirigenti comunisti cinesi. Arrestato nel ’67, resta in prigione per tre mesi. Sfugge a un secondo arresto rifugiandosi nel villaggio da cui la sua famiglia proveniva. Dal ’69 al ’73 è ufficiale dell’esercito. La condizione di militare gli offre la possibilità di viaggiare molto per la Cina e di assistere in prima persona a ingiustizie, storture, ribellioni.

Lascia, quindi, le stellette nel ’73 e accetta un posto di elettricista nello zoo di Pechino. Il 5 aprile 1976, a ventisei anni, partecipa al primo moto antigovernativo che scoppia in piazza Tienanmen. Due anni dopo, nei pressi di uno dei principali incroci della capitale, appare il “muro della democrazia”: un angolo su cui vengono affissi i dazibao della contestazione democratica. Ed è lì che il 5 dicembre 1978 Wei rende pubblico il manifesto “La quinta modernizzazione” (le altre “quattro modernizzazioni” volute da Deng Xiaoping riguardavano l’agricoltura, l’industria, la ricerca scientifica, la difesa): non può esserci autentico progresso economico senza democrazia e senza i più elementari diritti politici. Nel testo sono anche denunciate la miseria della popolazione, le origini politiche della delinquenza giovanile, la vendita di bambini per le strade di Pechino.

Nel gennaio 1979 fonda, poi, “Tansuo” (“Inchieste”), rivista che riprende e approfondisce le sue tesi. Il 29 marzo dello stesso anno viene arrestato e il 6 dicembre condannato a quindici anni di reclusione con l’accusa di “propaganda e agitazione controrivoluzionaria” e “spionaggio” (gli imputano di avere fornito a un giornalista inglese i nomi dei principali responsabili militari cinesi dell’attacco al Vietnam del febbraio 1979, nomi che, in realtà, erano universalmente noti).

Dal ’79 al ’93 è, dunque, in prigione per volere del premier Deng Xiaoping che, in una riunione del vertice del Partito, avrebbe detto: “Se necessario, dobbiamo trattare severamente coloro che disobbediscono agli ordini. Possiamo permetterci di far scorrere un po’ di sangue. Ma bisogna sforzarci, finché sia possibile, di non uccidere nessuno… Guardate Wei Jingsheng: l’abbiamo messo dietro le sbarre, ma non ci sono state troppe proteste internazionali. In questi ultimi anni siamo stati troppo lassisti di fronte al liberalismo borghese.”

Trascorre otto mesi in una cella riservata ai condannati a morte e, successivamente, un anno intero in una cella senza finestre del carcere di Pechino. Solo nell’agosto ’81, ventuno mesi dopo la condanna di seconda istanza, ai parenti è consentito vederlo.

Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani diffondono intanto notizie sulle torture fisiche e psicologiche cui è sottoposto, in seguito alle quali avrebbe perso denti e capelli. Circolano addirittura voci su una sua presunta morte. Dal 1984 al 1989 viene trasferito in un campo di concentramento cinese (laogai) nel Qinghai. Dal 1986 gli è permesso di scrivere e avere due giornali. Tre anni dopo viene trasferito a lavorare in una miniera di sale. Nel 1992, quando il governo cinese comincia a brigare a livello internazionale per ottenere l’assegnazione delle Olimpiadi a Pechino (che,invece, andrà a Sidney), si dirama qualche sua foto con capelli e denti. Wei sospetta che gli mettano ormoni nel cibo per ingrassarlo. Per alcuni giorni lo portano a Tangshan. Sotto stretta vigilanza lo accompagnano (fotografandolo ripetutamente) a visitare un museo, a mangiare in un ristorante, dal dentista. Finalmente, nel settembre 1993, lo rilasciano, in libertà condizionata. Una volta libero, Wei riprende la sua attività militante. Fa pubblicare lettere e articoli a Hong Kong, rilascia interviste a giornalisti cinesi e stranieri, ha contatti (che gli verranno contestati come capi d’accusa) con dissidenti come Liu Qing e Wang Dan, bolla Deng come “un despota”.

Viene fermato il primo aprile del ’94 mentre, con la sua segretaria Tong Yi, torna in auto da Tianjin a Pechino. Tong Yi fa appena in tempo a dare notizia dell’accaduto: cinque giorni dopo anche lei è arrestata e, dopo otto mesi di detenzione senza alcun processo, inviata a un campo di lavoro.

Di Wei si perdono, invece, le tracce. Solo il 21 novembre viene ufficialmente annunciato il suo arresto, come se fosse avvenuto in quello stesso giorno. Dopo qualche mese di prigione a Pechino, è riportato a Tangshan. Il nuovo processo si svolge il 13 dicembre 1995. Wei è condannato ad altri quattordici anni.

Nel novembre del 1997, grazie anche all’interessamento diretto del presidente americano Bill Clinton, viene liberato “sulla parola” e imbarcato su un aereo che lo porta negli Stati Uniti ufficialmente per potersi curare. La prigionia gli ha, infatti, procurato ipertensione, artrosi, malattie agli occhi, ai denti, alla pelle. Non potrà tornare in Cina, pena l’arresto immediato.

“Il Partito comunista cinese”, ha detto Wei a Bettona, “è intelligente, proprio come lo era Adolf Hitler. Ha già imparato molto bene a controllare i politici delle democrazie occidentali tramite il denaro. In questo modo riesce a convincere questi politici ad adottare delle leggi che vadano incontro ai propri interessi. E nel frattempo viola i diritti e infrange i desideri del proprio popolo.” E ancora: “Se si guarda indietro nella Storia siamo portati a considerare una grande fortuna il fatto che i nazisti non siano riusciti a produrre in tempo una bomba atomica. Altrimenti sarebbe molto difficile immaginare come sarebbe il mondo. Ma guardando al futuro non me la sento di essere troppo ottimista. Sono passati diversi decenni dall’ultimo conflitto mondiale, ma il pianeta non ha accettato la lezione del passato. I nazisti sono stati banditi, è vero, ma l’autoritario Partito comunista cinese è divenuto il nuovo favorito. E i sistemi totalitari, di stampo comunista o nazista, stanno tornado. In varianti diverse, magari, ma con le stesse modalità e scopi. Sostenuta da una politica dominata dal denaro, l’oppressione dei popoli continua ad essere prevalente e le bugie continuano a dominare l’informazione. Quello che Ai Weiwei subisce oggi non è molto diverso da quello che gli intellettuali italiani e tedeschi, almeno quelli con una coscienza, furono costretti a subire all’inizio del secolo scorso.” Poi, lanciando uno sguardo a quanto sta accadendo in Medio Oriente, ha aggiunto: “Le rivoluzioni in Egitto e Libia non hanno soltanto portato alla caduta di alcuni dittature: sono i primi passi di speranza per un mondo pericolosamente vicino a una nuova guerra.Vorrei chiedere a tutti voi di sostenere la rivoluzione di questi popoli, perché si tratta di una rivoluzione collegata al futuro dei vostri popoli e dei vostri Paesi. Le politiche autoritarie sono state e saranno per sempre le nemiche peggiori della sicurezza umana. Non è mai stata e non sarà mai messa da parte soltanto per una generica richiesta di pace e di non violenza. Dobbiamo applicare una giusta pressione, sufficiente a farle cadere. Ma se gli occidentali non smettono di fare soldi violando i diritti umani, possono aspettarsi soltanto una nuova rivoluzione”.

Promosso dal Comune di Bettona e dalla Fondazione Liberal, il premio “Renzo Foa”, istituito in memoria del giornalista prematuramente scomparso il 9 giugno del 2009, sarà assegnato ogni anno a personaggi del mondo della cultura e della politica che si sono distinti per essere stati espressione del pensiero libero.

Chi lo volesse può riascoltare la cerimonia del conferimento del premio a Wei Jinsheng, avvenuta a Bettona venerdì 10 giugno, tramite “Radio Radicale”

Fonte: Notizie Radicali, 19 giugno 2011

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