MODENA-Vino in polvere: taroccato il lambrusco

Frode da 28 milioni scoperta dai carabinieri. Società esportava in Cina con etichette contraffatte di prodotti Dop e Igp.Lambrusco in polvere, venduto dalla Cina in tutto il mondo in confezioni fatte stampare in Italia da una ditta con sede a Reggio ma il cui titolare aveva prima un acetificio nel Modenese.

È questo il girotondo commerciale e amministrativo stroncato delle indagini della Procura di Reggio, del Nucleo Anti Contraffazione dei carabinieri di Parma e dal Servizio Antifrodi delle Dogane di Reggio.

Per i militari e il Pm Maria Rita Pantani di Reggio Emilia che ha coordinato le indagini, i “wine kit” che partivano dalla Cina con le indicazioni di 24 vini diversi, i nomi più famosi dell’enologia italiana, erano di fatto un imbroglio che ha portato a una denuncia per associazione a delinquere transnazionale e un profitto di 28 milioni di euro.

Frode nell’esercizio del commercio, vendita di prodotti industriali con segni ingannevoli, contraffazione di indicazione geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agro alimentari: sono questi i principali capi d’imputazione per i quattro, tre reggiani e una cinese che commercializzavano le buste per il vino fai-da-te con le indicazioni di Lambrusco, Amarone, Barolo, Valpolicella, Bardolino: in tutto 24 etichette. Per sottolineare il carattere di vino italiano della poltiglia confezionata in Cina, sulle confezioni erano stampate le immagini del tricolore e del Colosseo .

Oltre a quelli indicati è stato altresì contestato il reato di frode alle industrie nazionali. Di qui la richiesta del Gip reggiano di un’ordinanza che vieta per due mesi l’attività professionali e imprenditoriali, a carico dell’amministratore unico della ditta reggiana e contemporaneamente presidente di quella cinese. Lo stesso vale per una donna italiana, direttore generale della ditta estera.

Ma come funzionavano i pacchetti per il vino fatto nel lavandino di casa? Semplice, quasi come la gazzosa del buon tempo andato. La busta andava rovesciata in acqua e lasciata in infusione per due giorni. Al termine del ridicolo invecchiamento bastava filtrare il tutto e servire in tavola.

Semplice no? Come gli estratti delle bibite. Ma questa procedura per l’Unione Europea è una bestemmia, un imbroglio sotto tutti i punti di vista, e così pure per molti paesi del mondo. Ma se nei paesi avanzati c’è un forte accordo commerciale di protezione di un prodotto nobile come il vino, nel resto del mondo non è così. In moltissimi paesi che non hanno nessuna cultura nè tradizione vitivinicola, dal Canada al Sudamerica, dall’Asia all’India, il vino liofilizzato in busta viene commercializzato senza problemi.

Può sembrare incredibile ma è così. tanto per avere un’idea di quanto renda la disinvoltura commerciale, basti dire che prima in Australia, poi in in Cile e poi negli Stati Uniti, al posto dell’invecchiamento in barrique si può vendere il vino con la stessa etichetta anche se si mette in botti d’acciaio con pezzi di rovere. Tutto uguale no? E alla fine anche la Ue ha dovuto prenderne atto.

Ma il lambrusco, il barolo e il chianti in polvere questo proprio no, non passa. Così l’inchiesta nata nelle terre che sono il cuore della produzione di uno dei vini più conosciuti al mondo, il lambrusco per l’appunto, punta dritto a uno dei nervi scoperti degli accordi sul commercio internazionale.

È un reato solo nella Ue, in Italia, fabbricare prodotti che vengono spacciati come prodotti tipici in paesi che non li producono? Dove i consumatori non riescono a distinguerli? Quella che l’Italia chiama agropirateria in altri paesi è solobussiness.

di Saverio Cioce,Gazzetta di Modena,22/08/2014

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