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Venezia, quando il cinema racconta i diritti umani

La 72.Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia ha presentato, in rassegna e fuori concorso, numerosi film che hanno affrontato, da punti di vista e con intenti diversi, temi relativi al diritti umani. Non è la prima volta e non accade solo in Italia, segno che i diritti umani (la loro violazione e la loro difesa, così come le storie individuali che ruotano intorno a loro) sono un argomento sempre più centrale nella narrazione dei fatti del mondo.

I giurati del premio di Amnesty International Italia “Il cinema per i diritti umani” [1], per la prima volta assegnato a Venezia, hanno avuto l’imbarazzo della scelta.

Di diritti umani hanno parlato film da box-office e in odore di Oscar, come“Spotlight” [2] (tratto da un’inchiesta giornalistica sulla pedofilia nella Chiesa cattolica Usa), “Beast of no nation” [3] (sul percorso che spinge i bambini a diventare soldati nelle tante guerre africane) e “The Danish girl” [4] (un racconto d’epoca sulla transessualità).

Soprattutto, hanno parlato di diritti umani tre straordinari film asiatici. Da menzionare, senza alcun dubbio, “Behemoth” [5], sulle proteste contro l’avanzata delle cave di carbone in Cina e i minatori che muoiono a migliaia e “The return” [6], sul ritorno a casa di un ex prigioniero politico, alle prese con una città e una famiglia che non vede da decenni.

Il premio è andato a “Visaaranai”, del regista tamil indiano Vetri Maaran. Un’ora e quaranta di interrogatori (questa la traduzione del titolo) nelle stazioni di polizia, una rappresentazione tragicamente reale dei metodi di tortura, del clima d’impunità e di corruzione che la consente e delle vittime naturali della tortura: in questo caso, un gruppo di migranti irregolari, cui viene attribuita una rapina che non hanno commesso.

Corriere della Sera.it,13/09/2015