Vaticano Vietnam, progressi con un occhio alla Cina

Hanoi annuncia l’arrivo il 16 di una delegazione della Santa Sede, segno di un asso avanti nella normalizzazione. Pechino segue attenta.

Le relazioni diplomatiche tra Vaticano e Vietnam potrebbero essere a una svolta. Infatti in un raro gesto di apertura, Hanoi ha annunciato per il 16 e il 17 l’arrivo di una delegazione della Santa Sede guidata dal sottosegretario di stato Pietro Parolin.

L’annuncio pubblico lascia pensare che le relazioni siano oggi a un momento cruciale e che ci sia la volontà del Vietnam di concludere in tempi abbastanza rapidi un accordo con la Santa Sede.

A gennaio del 2007 del resto il premier vietnamita Nguyen Tan Dung ha avuto un’udienza con il Papa, anche questo segno di una volontà precisa di migliore le relazioni.

Un passo avanti nei rapporti tra Vietnam e Vaticano possono significare anche un passo avanti nei delicatissimi rapporti tra Vaticano e Cina. Le capitali dei due paesi ancora governati da partiti comunisti da anni si guardano e si seguono a vicenda per non rimanere indietro nei confronti del vicino in questo rapporto complicato.

Il Vietnam ripsetto alla Cina ha alcuni ostacoli in meno e alcuni in più. In meno, dal punto di vista del Vaticano c’è il fatto che in Vietnam non c’è una Associazione patrottica della chiesa cattolica, come esiste in Cina.

Questa associazione, che ha da poco celebrato i suoi 50 anni di esistenza, entra o può entrare in molti aspetti della vita religiosa della Chiesa in Cina ed è quindi di fatto un importante ostacolo alla normalizzazione delle relazioni.

La Chiesa clandestina in Cina è spesso ferocemente contraria all’organizzazione, che ha guidato di fatto lo scisma della chiesa cinese dagli anni ’50 e ’60. Il governo invece difende l’organizzazione che considera come un suo strumento per tenere sotto controllo i cattolici potenzialmente pericolosi.

D’altro canto i cattolici in Cina sono una esigua minoranza, meno dell’1% della popolazione e non hanno una storia di opposizione frontale al governo. Diversamente da altre confessioni o sette religiose non sono mai scese in piazza, non hanno mai organizzato o partecipato a proteste in grande stile.

Anche il cardinale di Hong Kong Giuseppe Zen Ze-kiun, considerato il punto di riferimento della Chiesa in Cina, nel 1989, durante la protesta di Tiananmen, ordinò ai seminaristi di non partecipare alle dimostrazioni e anche l’anno scorso, quando il governo chiese di ridurre le processioni per la Madonna in maggio, obbedì senza fiatare.

La situazione in Vietnam è radicalmente diversa. I cattolici innanzitutto sono oltre il 10% della popolazione, rappresentano quindi una massa importante negli equilibri sociali del Paese.

Inoltre sono una vestigia storica significativa, visto che di fatto hanno nella loro fede il ricordo della dominazione coloniale francese. Sono quindi storicamente il nucleo duro dell’opposizione ai partigiani comunisti di Ho Chi minh. Il primo presidente del Vietnam del Sud, schierato con gli americani contro il nord comunista, fu un cattolico, Diem Ngo Dinh.

La normalizzazione delle relazioni della Santa Sede con il Vietnam di fatto rischia, secondo Hanoi, di dare maggiore voce a una forte minoranza con un’agenda politica contraria al partito di governo.

Tutti questi problemi non ci sono tra cattolici e governo in Cina. Infatti, al di là della vecchia storia di attriti tra chiesa clandestina e Associazione patriottica, in molte diocesi esiste una collaborazione attiva tra Associazione e vescovi. In teoria allora se il Vietnam fa passi avanti con la Santa Sede, così dovrebbe farli la Cina.

Di certo, a Pechino seguiranno con attenzione i progressi di monsignor Parolin ad Hanoi.

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