Vaticano e Cina rinnovano l’accordo sulla nomina dei vescovi

Vaticano e Cina hanno prorogato il controverso accordo sulla nomina dei vescovi. La decisione è stata annunciata contemporaneamente giovedì dalle autorità della Santa Sede e da quelle del regime comunista cinese.

Il Vaticano ha scritto in un comunicato che «le due Parti hanno concordato di prorogare la fase attuativa sperimentale dell’Accordo Provvisorio per altri due anni».

A quanto pare, l’accordo del 2018 – che non è mai stato reso pubblico – dava al regime cinese l’autorità di nominare autonomamente i vescovi cristiani, mentre il Papa manteneva il diritto di Veto; questo è quanto dichiarato da una fonte informata sui negoziati secondo un report pubblicato nel 2019 dalla Commissione esecutiva del Congresso degli Stati Uniti sulla Cina.

L’Osservatore Romano, il quotidiano ufficiale della Santa Sede, ha riferito che «sono in corso processi per nuove nomine episcopali». E ha scritto che in Cina sono già stati nominati due vescovi in base all’accordo, uno nella Mongolia Interna e uno nella provincia dello Shaanxi.

Allo stesso tempo, il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Zhao Lijian, ha dichiarato giovedì che la Cina e il Vaticano hanno deciso di prorogare l’accordo «dopo alcune consultazioni amichevoli». Aggiungendo poi che «le due parti manterranno una stretta comunicazione e consultazioni, e continueranno a promuovere il processo di miglioramento delle relazioni».

La persecuzione dei cattolici in Cina

Il report pubblicato nel 2019 dal Congresso Usa afferma che «le autorità locali cinesi hanno sottoposto i credenti cattolici in Cina a una crescente persecuzione attraverso la demolizione delle chiese, la rimozione delle croci e la continua detenzione del clero clandestino». Mentre le organizzazione cattoliche cinesi guidate dal Partito Comunista hanno pubblicato un piano per «sinizzare» il cattolicesimo in Cina.

Il regime vieta l’educazione religiosa ai minori di 18 anni e proibisce persino ai minori di entrare nelle chiese – ha riferito la Catholic News Agency – oltre a monitorare le chiese con telecamere di sorveglianza.

Addirittura, sempre secondo la Catholic News Agency, le chiese cristiane in Cina hanno ricevuto istruzioni di sostituire le immagini dei Dieci Comandamenti con le citazioni di Mao Zedong e del leader del Partito comunista cinese (Pcc) Xi Jinping.

Il Vaticano ha firmato l’accordo nel 2018 nella speranza che contribuisse a unire i cattolici cinesi, che per sette decenni sono stati divisi tra coloro che appartengono alla chiesa ufficiale, autorizzata dal Pcc, e coloro che seguono la cosiddetta chiesa clandestina, fedele a Roma.

La Santa Sede ha difeso il suo accordo con il regime dalle critiche (secondo cui Papa Francesco avrebbe tradito i fedeli ‘clandestini’) affermando che è stato necessario per prevenire uno scisma ancora peggiore all’interno della Chiesa cinese, dopo che Pechino aveva nominato alcuni vescovi senza il consenso del Papa.

Le critiche all’accordo tra Vaticano e Cina del 2018 

Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong da tempo critico del Pcc, ha spiegato all’edizione cantonese di Voice of America che ci deve essere un motivo politico dietro l’accordo tra il Vaticano e la Cina: «Il Vaticano pensa veramente che un giorno potrà instaurare relazioni diplomatiche con la Cina. Quando c’è un negoziato, significa che c’è speranza per l’instaurazione di relazioni formali».

Ad ogni modo, il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ha dichiarato ai giornalisti che l’accordo non sarà reso pubblico e che non prevede l’instaurazione di relazioni diplomatiche con la Cina, secondo quanto riferito dalla Catholic News Agency.

A settembre, l’ormai 88enne cardinale Zen si è recato in Vaticano sperando di incontrare il Papa per aggiornarlo sulla situazione di Hong Kong e della Chiesa cattolica in Cina: «L’idea di stringere accordi con Pechino è folle – ha detto Zen al quotidiano Daily Compass – È come cercare di fare un patto con il diavolo».

Tuttavia, Zen non è riuscito ad ottenere un’udienza con Papa Francesco ed è dovuto rientrare a Hong Kong dopo quattro giorni di attesa.

La questione delle nomine dei vescovi ha tormentato a lungo i rapporti tra Vaticano e Cina, con la Santa Sede che insisteva sul diritto divino del Papa di nominare i successori degli apostoli e Pechino che considerava tali nomine una violazione straniera della sua sovranità.

Ma il Vaticano ha difeso con vigore l’accordo nelle ultime settimane dopo che il segretario di Stato americano Mike Pompeo lo ha pubblicamente criticato e ha esortato la Santa Sede a non prorogarlo.

Lo scorso mese, durante una tesa visita in Vaticano e in un articolo scritto prima del suo viaggio, il segretario di Stato americano americano ha chiarito le obiezioni degli Stati Uniti all’accordo e ha esortato il Vaticano a unirsi agli Stati Uniti nel denunciare le repressione del regime cinese contro le minoranze religiose ed etniche, tra cui i cattolici.

Il Vaticano ha raramente, se non mai, denunciato la Cina per la sua repressione delle minoranze religiose e per le altre violazioni dei diritti umani, ed è rimasto in silenzio durante tutto il periodo delle proteste a Hong Kong. Proprio come raramente critica la Russia, per paura di danneggiare i rapporti con la Chiesa ortodossa russa.

Da un punto di vista storico, il Vaticano e il Pcc hanno interrotto ogni relazione diplomatica nel 1951. Da allora il Pcc ha insistito per nominare i propri vescovi, nonostante la tradizione vaticana sancisca che i mandati dei vescovi possono essere emanati solo con il consenso del Papa.

Il numero dei cattolici in Cina è stimato intorno ai 10,5 milioni di persone, secondo il report del Congresso Usa del 2019.

Fonte: Epoch Times,25/10/2020

Articolo in inglese: 

Vatican, China Extend Bishop Nomination Agreement by 2 Years

 

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