Una storia di coraggio e di lacrime

di Enzo Reale

E’ una storia di coraggio e lacrime quella dei cittadini cinesi usciti allo scoperto – molti di loro per la prima volta – con la firma della Charta 08, il documento politico pubblicato online lo scorso dicembre per rivendicare la fine del regime a partito unico e la trasformazione della Cina in una democrazia liberale. Il coraggio risiede nella consapevolezza delle conseguenze che un simile gesto necessariamente comporta nel contesto sociale in cui si produce. Le lacrime derivano dalla sensazione di aver perduto la propria innocenza di fronte ad un potere pubblico ossessionato dal controllo e dalla censura. “Ho firmato quel testo dopo aver pianto tanto”, confessava Xiao Tang, trentenne blogger di Shanghai, dalle pagine del suo diario digitale prima che il Grande Fratello telematico ne decidesse la chiusura. La sua storia è emblematica del clima politico della Cina attuale e della novità che la Charta 08 rappresenta nella lotta per i diritti civili all’interno del paese. Come molti altri firmatari anche Xiao Tang è stata chiamata a “prendere un tè” con i servizi di sicurezza dello stato. Questa espressione è destinata ad entrare nella storia insieme alla Charta 08. Il tè gentilmente offerto dalle autorità altro non è che un interrogatorio in piena regola cui vengono sottoposti i cittadini sospettati di azioni “sovversive” contrarie alla “legalità socialista”. E’ un appuntamento cui non si sfugge, un invito che non si può rifiutare. Ne era ben consapevole Xiao Tang quando sul suo blog scriveva: “Siamo cresciuti tutti nutrendoci di melamina politica. La paura si è fatta pietra nei nostri corpi”. Diversi verbali non ufficiali di questi incontri sono circolati in rete nelle ultime settimane, in genere riprodotti a memoria dagli stessi protagonisti. Le modalità degli interrogatori non sono particolarmente violente ma rimangono tuttavia umilianti. Si va dalle domande sulle scuole frequentate, sul proprio lavoro e su quello di parenti e conoscenti, sull’agenda personale e sui viaggi previsti nei mesi successivi, fino a toccare questioni più propriamente inerenti all’ideologia politica degli investigati e ai motivi che li hanno portati a sottoscrivere il documento. Un esame delle azioni e delle intenzioni, pieno di avvertimenti e di minacce più o meno esplitite, a fare attenzione, a pensarci bene prima di compiere gesti avventati, ché gli apparati dello stato possono arrivare ovunque. Quando le hanno chiesto dei suoi genitori Xiao Tang è di nuovo scoppiata a piangere: “Loro non sanno nulla di tutto questo,  non c’entrano con le mie convinzioni politiche”.
Dopo la sospensione dell’account da parte della polizia, il diario della ragazza è ripreso su un altro indirizzo, attirando l’attenzione della stampa internazionale. E’ forse è stato proprio il servizio che le ha dedicato il Washington Post a convincere i servizi di sicurezza che la sua poteva essere un’adesione potenzialmente eversiva: “Il Washington Post ha scritto che hai ricevuto la Charta nella tua casella di posta, chi te l’ha inviata?”, si è sentita chiedere dagli agenti in borghese evidentemente alla ricerca dei mandanti. Un compito particolarmente arduo questa volta per le spie del regime. Controllare i dissidenti è in fondo abbastanza semplice: molti di loro sono già fuori gioco, in esilio o agli arresti, e in occasione di una data sensibile è ormai tradizione piazzare un cordone sanitario intorno alla loro abitazione in modo da isolarli dal resto della comunità. Liu Xiaobo, reduce di Tiananmen, uno degli ispiratori della Charta è stato prelevato ancor prima che questa fosse resa pubblica e ad oggi non se ne conosce né il luogo di detenzione né lo stato di salute. Ma decisamente più complicato è imbrigliare un nascente movimento civico formato per lo più da semplici cittadini che hanno trovato nella Charta 08 un documento attraverso cui esprimere per la prima volta la loro visione della politica e della società. Sono in questo momento più di 8000 le firme depositate online e, nonostante la censura, il testo continua ad essere diffuso e riprodotto in rete. Prima dell’intervento della polizia informatica, sul blog di Xiao Tang si potevano leggere i commenti di alcuni lettori che dimostravano il loro appoggio all’iniziativa e al coraggio della ragazza: “Ho firmato anch’io”, scriveva uno di questi, “ho pianto insieme a Xiao per la frustrazione”. E ancora: “Se le autorità non avessero paura non cancellerebbero i post in questo modo”.
Forse non è facile per il lettore occidentale rendersi conto della portata rivoluzionaria di questi comportamenti. In fondo per noi è un gesto piuttosto semplice quello di sottoscrivere un documento online o di siglare un commento in calce ad un articolo. Non così alle latitudini cinesi, dove esporsi significa spesso pagare con la propria libertà: “So esattamente cosa mi può succedere per aver aggiunto il mio nome alla lista”, dichiara Xiao Tang al Washington Post, “ma non ho più paura. E’ mio diritto sostenere un’idea con la mia firma e non rinuncerò ai miei diritti”. A dispetto delle cautele degli scettici che minimizzano sistematicamente la portata del testo e spesso lo liquidano come l’ennesimo tentativo velleitario di un gruppo di intellettuali isolati dalla realtà, non passa giorno senza che la Charta 08 dia prova della sua consistenza politica. Il miglior esempio della sua lenta ma costante penetrazione all’interno della società cinese è dato proprio dalle reazioni delle autorità: non solo gli inviti per il tè, la censura online e le scomuniche ufficiali nelle università, ma anche un serrato dibattito dentro il Partito Comunista su come affrontare quella che il ministro degli interni ha definito poche settimane fa come “una seria minaccia alla stabilità sociale”. Riferisce il South China Morning Post che si stanno confrontando ai vertici due scuole di pensiero: quella che vorrebbe l’arresto di tutti i firmatari e quella che invece si accontenterebbe di colpire il nucleo originario dei trecento ispiratori della dichiarazione. Come si vede in discussione non è la repressione ma solo la sua intensità. Pare che Hu Jintao appartenga a questo secondo gruppo, mentre i membri del Politburo più vicini agli apparati di pubblica sicurezza spingerebbero per un giro di vite indiscriminato. Ma ci sarebbe anche una terza via, rappresentata da alcuni degli anziani del Partito che – prendendo spunto dai principi della Charta – starebbero insistendo per un rilancio di quella breve stagione di riforme politiche promosse da Zhao Ziyang e violentemente interrotte dai carri armati in piazza Tiananmen. Vent’anni dopo,  mentre le madri dei caduti  non si stancano di chiedere giustizia, una nuova generazione di cittadini si affaccia sulla scena politica con un documento di rottura rispetto all’attuale stagnazione. Per adesso la protesta rimane virtuale ed è altamente improbabile che nei prossimi mesi possano ripetersi le manifestazioni di allora: il regime ha imparato la lezione e ha stretto le maglie della prevenzione. Ma l’inquietudine all’interno delle segrete stanze del potere è palpabile, anche perché è la prima volta dopo il massacro dell’89 che la statua della libertà e la fine del monopolio del partito unico tornano a turbare i sogni di onnipotenza dei gerarchi di Zhongnanhai.

http://1972.splinder.com/

http://asiaedintorni.blogosfere.it/

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.