Una marcia lunga 60 anni. Verso il capitalismo

In un’epoca che “brucia” con inesorabile rapidità tutti i sogni di trasmissione secolare del potere – dal II e III Reich tedeschi al comunismo sovietico, dai fascismi italiano e spagnolo fino alla dinastia iraniana dei Palhevi – giungere a celebrare il proprio 60° compleanno costituisce già un successo rilevante per qualsiasi regime. Ancor più giustificata appare dunque la soddisfazione del festeggiato se al traguardo ci arriva, in apparenza, ancora in piena salute e non in fase di declino.

È il caso del regime comunista cinese, che il prossimo 1° ottobre celebra sei decenni di controllo assoluto sul paese-continente: esso può infatti guardare con legittimo compiacimento, al di là della propria auto-perpetuazione, ad alcuni dei risultati conseguiti. La crescita economica è finalmente galoppante e si è fatta concreta la prospettiva di migliori condizioni di vita per tutti i suoi 1.340 milioni di abitanti, dopo i primi decenni d’incerta (e spesso disastrosa) gestione all’insegna del più dogmatico fanatismo ideologico, dal rovinoso “grande balzo in avanti” alle fallimentari “comuni popolari” che causarono diversi milioni di morti per fame.

Il secolo cinese
La Cina proietta la sua potenza su scala realmente planetaria, tanto da indurre molti politologi occidentali a parlare di questo come del “secolo cinese”, mentre negli anni 50 e 60 il Paese visse nel costante incubo di un devastante attacco atomico americano e, nel decennio successivo, sovietico. La supremazia strategica a livello asiatico è sempre più evidente, sempre più a fatica contrastata da India e Giappone, e fa di Pechino l’arbitro assoluto delle grandi scelte continentali. Infine, la capacità tecnologica cinese sta rapidamente crescendo in molti settori, dall’elettronica di consumo all’aerospaziale, dal nucleare civile alle energie rinnovabili, cosa che assicura un futuro brillante all’apparato produttivo, fino a pochi anni fa abituato a competere con l’Occidente solo grazie a un costo del lavoro pressochè nullo.

Dunque, successi su tutta la linea per la Cina popolare, il solo Paese al mondo, con il Vietnam, ad aver perpetuato (almeno sulla carta) il comunismo? In realtà, il governo di Pechino si appresta a celebrare 60 anni di un regime che ha sì moltiplicato la ricchezza dei suoi cittadini, ma al prezzo del completo abbandono, tacito ma evidente, delle sue velleità di creare l’ “uomo nuovo” comunista, radicalmente diverso dai “decadenti” modelli precedenti ma anche da quelli proposti da altre “vie nazionali” al socialismo.

Dell’originaria carica egualitaria, collettivista e partecipativa (i concetti-base intorno a cui si è coagulato il marxismo-leninismo) il regime cinese conserva solo delle stereotipate parole d’ordine. Il partito comunista nominalmente regna ancora incontrastato sull’immenso paese: è il solo detentore del potere, accentra nelle sue mani l’intero apparato decisionale e di sicurezza, monopolizza il sistema di rappresentanza politica, organizza un consenso sociale totalitario, vigila con spietata intransigenza sull’integrità territoriale, minacciata da vari secessionismi. Ma, cosa inaudita, tutto ciò ormai si regge soltanto su un enorme apparato ideologico di facciata, un colossale Moloc di cartapesta che, dietro all’immutato ritualismo, nasconde un vuoto pneumatico.

In nome di un realismo politico assoluto, il Pcc, ha scambiato la conservazione formale del potere con il totale sacrificio dei propri ideali originari. Un militante comunista che il 1° ottobre del 1949, assistendo alla nascita del regime, infiammato d’entusiasmo per i propositi manifestati da un movimento marxista, si fosse iscritto al partito, oggi non riconoscerebbe più in nulla il proprio partito-stato. Il comunismo cinese risulta infatti completamente straniato, nella sua ortodossia dottrinaria e nella sua prassi d’azione, da una serie infinita di compromessi e di adattamenti alle mutevoli realtà socio-economiche internazionali e interne fatte proprie in nome del realismo. Intendiamoci, sulla spinta della mai sopita influenza millenaria del confucianesimo, l’abbandono sostanziale del marxismo-leninismo e dei suoi grandi dogmi (collettivizzazione delle terre, rigida pianificazione centralizzata dell’economia, lotta di classe permanente sul fronte interno e contro l’imperialismo mondiale su quello estero), che tanti danni hanno procurato al paese, ha permesso di assimilare quanto di buono e utile il pensiero capitalistico ha generato alla fine del secolo scorso, a partire dalla globalizzazione, di cui la Cina è diventata certamente la maggiore beneficata del pianeta.

Da Mao a Deng
Sepolto il presidente Mao Zedong – tuttora indiscusso “padre della patria” e riferimento politico-culturale supremo del paese – prima fisicamente e poi ideologicamente con il prevalere tra i suoi successori di Deng Xiaoping, è stato la parola d’ordine di quest’ultimo «Compagni, arricchitevi», lanciata nel 1979, a rappresentare il punto di svolta del paese. Un ossimoro di straordinaria efficacia, se è vero che dalla morte di Mao la Cina ha moltiplicato per 29 il proprio Pil e per 20 volte e mezza il reddito procapite. Ma che ha generato un sistema abnorme, fondato su una serie di clamorose disparità che lo rendono nei fatti antitetico ai principi che proclama. Secondo l’ideologia ufficiale dello Stato e la costituzione del paese, i cittadini cinesi sono formalmente eguali per la legge, ma i ricchi sono di fatto onnipotenti e i poveri, invece, (almeno il 10% circa della popolazione totale) privi di quasi tutti i diritti socio-economici. I lavoratori (in special modo gli operai) costituiscono marxianamente la classe dirigente egemone, ma sono pressochè privi di tutele, poichè il sindacato è quasi del tutto inesistente e impotente, con conseguenze desolanti: ambienti di lavoro malsani, inquinamento massiccio, vittime continue sui posti di lavoro, licenziamenti sempre più frequenti, welfare state sempre meno efficace e pensioni ridicole. Il volontarismo e la solidarietà di classe sono ancora il collante nominale del tessuto sociale, ma la corruzione diffusa a ogni livello li stanno rapidamente svuotando di ogni credibilità. La sola risposta che in questi anni ha saputo dare il partito a queste che un tempo si sarebbero chiamate “contraddizioni di classe” è stata una durissima repressione mediante l’uso massiccio della pena di morte come dissuasore sociale esemplare. Ma senza molto successo.

Il risultato di questo trentennio di paradossale “capital-comunismo”, quindi, è stata la produzione di una serie di “mostri” ideologico-sociali che stanno orientando il paese verso una massa di ricchi che propugnano sempre …il socialismo. La tessera del partito (quasi 76 milioni gli iscritti, 17 volte di più che sessant’anni fa) è sempre una necessità imprescindibile di carriera e a detenerla sono ormai anche centinaia di miliardari in dollari che, secondo la rivista americana “Forbes”, sono i più numerosi al mondo dopo gli statunitensi. Non meno di 50 milioni d’imprenditori privati (3 milioni dei quali iscritti al Pcc) producono ormai il 70% della ricchezza nazionale e il restante 30% di economia collettiva appare destinato a un inesorabile declino, considerato che le residue imprese del settore appaiono tutte tecnologicamente e gestionalmente decotte.

L’imponente sfilata che il 1° ottobre celebrerà la rinascita del “paese di mezzo” darà la misura della…lunga marcia compiuta dalla Cina in questi 60 anni. La folla, come nel 1949, sarà ancora formata da centinaia di migliaia di persone, ma quanto lontane da quelle poverissime che si accalcavano curiose e piene di entusiasmo nel 1949! Questa sarà una folla tutta griffata, dotata dei migliori gadget elettronici per immortalare la cerimonia e lieta di esibire un’automobile di proprietà. Mentre le centinaia di Vip che si accalcheranno sulle tribune scenderanno probabilmente da una teoria di Rolls-Royce, Bentley o Mercedes limousine salutando con il pugno chiuso.

Fonte: Il Sole 24 ore, 30 settembre 2009

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