Una cultura fuori dal tempo

“Possa un’età d’oro di gioia e felicità diffondersi ancora per queste contrade del Tibet e possa brillare ancora il suo splendore temporale e spirituale, possa l’insegnamento del Buddha spandersi in tutte e dieci le direzioni e condurre tutti gli esseri dell’universo alla pace gloriosa”. Quando queste parole vengono scandite, in lingua originale, fra i presenti cala il silenzio. Sta arrivando la sera e, nonostante la bella giornata, comincia a far freddo. Nessuno si muove. Tutti restano in ascolto. Credo che come me, fra gli italiani, praticamente nessuno capisca il tibetano, tuttavia la comunicazione agisce su un altro livello e funziona.

Non ci troviamo a Lhasa dove cantare queste parole in pubblico potrebbe essere molto pericoloso. Siamo a Roma, in piazza Montecitorio, alla manifestazione, organizzata da varie associazioni fra le quali la Laogai Foundation Italia, per ricordare i cinquant’anni della rivolta pacifica dei tibetani contro l’occupazione cinese che portò all’esilio del Dalai Lama in India.

Dentro al parlamento si sta discutendo una risoluzione di sostegno alla causa del Tibet che possa servire anche a far fronte alla violazione dei diritti umani attraverso la quale, a Beijing, si pensa di poter integrare coattivamente un intero paese. Ciò che più colpisce, oltre ai numerosi interventi dei rappresentanti delle varie organizzazioni e di alcuni Onorevoli dell’Intergruppo Parlamentare per il Tibet, è la ricchezza dei colori, dall’arancione dei monaci, al giallo, il rosso ed il blu delle bandiere. E’ il suono dei gong e delle campane, della lingua tibetana con la quale viene declamato l’inno, della preghiera in onore dei propri morti. In poche parole ciò che passa di più, inevitabilmente, al di là di ogni considerazione razionale, è l’identità culturale di questo popolo fiero e coeso che viene messa così facilmente in discussione dalla propaganda avallata dal Partito Comunista Cinese.

Il tetto del mondo, un vasto altopiano chiamato così per la sua elevata altezza media dal livello del mare che è di circa quattromilanovecento metri, è stato negli ultimi secoli un esempio di convivenza pacifica fra la religione dominante, il  Buddhismo Tibetano derivante da quello Vajrayana, e quelle delle minoranze, fra le quali l’Induismo, con il quale si è avviato un processo sincretico e il Bon, una forma di sciamanesimo pagano pre-buddhista. La tradizione religiosa del Lignaggio (le principali correnti di trasmissione) Jonangpa insegna che il Buddha Sakyamuni, nel terzo ciclo dei suoi insegnamenti, rivelò che ogni essere vivente, compreso il più piccolo ed insignificante insetto, possiede la qualità vuota e luminosa della mente che sta alla base di ogni fenomeno di Samsara e Nirvana.

Da profano, senza addentrarmi in discorsi troppo distanti dalla nostra cultura, mi rendo conto meditando poche nozioni acquisite in questi anni, che la spiritualità buddhista è densa e complessa, che richiede lo sforzo di una vita di pratica religiosa per essere conquistata e vissuta. Inoltre mi sembra che le pretese del Buddhismo Tibetano e del Dalai Lama, non parlo del piano politico, siano semplici ed umili, ma nel contempo straordinarie e soprattutto che non offendono la sensibilità di nessuno. In ogni caso, a prescindere dalle modalità, si tratta di un percorso potremmo così dire di crescita interiore, di autentico perfezionamento, se non in comunione, in armonia con tutte le altre creature.

Quello che mi chiedo, è come possa una simile fede essere ritenuta pericolosa dal governo cinese. Sorge inoltre spontaneo domandarsi come sia possibile che lo scempio della repressione e della distruzione di questa cultura, partendo dai suoi simboli, passi inosservata, non tanto dai pragmatici governi occidentali, quanto dai popoli che li hanno eletti. La contraddizione fra il cinico materialismo, spinto agli eccessi da quella che è l’ultima grande dittatura comunista sopravvissuta al ventesimo secolo, e la spiritualità illuminata di un popolo che fino ad oggi non ha chiesto altro che di poter portare avanti la propria cultura pacifica, dovrebbe stridere orribilmente alle nostre orecchie di occidentali benpensanti, almeno sulla carta. Questo, lo voglio precisare bene, a prescindere dal nostro colore politico o dal nostro orientamento religioso. L’espressione politica cinese è la sintesi peggiore di quelli che si sono rivelati essere i peggiori mali del secondo novecento: il capitalismo sfrenato (oggi in America, con la crisi dei mutui, sono chiari gli effetti della deregolamentazione) ed il comunismo applicato.

Il mondo ha preso a girare vorticosamente accelerando in maniera esponenziale e forse tanti guai non sono neanche colpa dell’uomo, ma della velocità con cui tutto oggi si trasforma. E’ proprio per questa ragione che una cultura come quella tibetana, formatasi e collaudatasi nel corso dei secoli, che non aspira ad altro che ad essere se stessa, dovrebbe avere il benestare del mondo intero.

“Possa il sole spirituale della fede e del popolo Tibetano che emette infiniti raggi di luce augurante cacciare vittoriosamente i malvagi sforzi della tenebra”.

Marco Martinelli

Leggi l’Inno Tibetano

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.