Una “campagna di rieducazione” per tutti i monasteri del Tibet

Il governo comunista che occupa il Tibet ha lanciato per la seconda volta in un anno una campagna per la “rieducazione patriottica” e per “l’educazione alla legge” dei monasteri buddisti presenti nella regione. Lo scopo della campagna è “mantenere la stabilità, rafforzare l’unità e promuovere l’armonia del Tibet”. Di fatto si tratta di una serie di operazioni che puntano al lavaggio del cervello dei monaci. Negli ultimi mesi, per protestare contro la dominazione cinese del Tibet, più di 30 monaci buddisti si sono dati fuoco per le strade della provincia. I manifestanti chiedevano il ritorno del Dalai Lama nel suo Paese, una vera libertà religiosa e la concessione di autonomia culturale. Il leader buddista ha chiesto più volte ai suoi fedeli di non uccidersi, mentre Pechino lo ha accusato di fomentare le rivolte. Ora, il governo locale cerca di riprendere il controllo della situazione attraverso l’indottrinamento dei religiosi. Pema Thinley, governatore comunista di Lhasa, ha dichiarato che queste campagne sono state lanciate “in tutti i monasteri, maschili e femminili, su diretta richiesta della Commissione centrale del Partito comunista e del Consiglio di Stato”. Lo scopo è quello di “ridare orgoglio nazionale ai religiosi”. Introdotte per la prima volta nel 1996, le “campagne di rieducazione” sono lo strumento preferito da Pechino per controllare le attività dei monasteri e delle lamaserie. Chi rifiuta di partecipare agli incontri di “studi politici” e di “studi religiosi” – lunghissime sessioni ininterrotte in cui si inculcano le “verità” maoiste – viene arrestato. Dalle proteste di Lhasa del 2008, in cui morirono più di 200 persone, le campagne si sono moltiplicate.

Fonte: Asia News, 17 maggio 2012

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