Un viaggio in Cina può far odiare l’iPhone, Apple e compagnia

Un articolo del celebre quotidiano The New York Times, pubblicato nella sezione “teatro” e quindi apparentemente del tutto fuori tema, rappresenta invece un invito alla riflessione su uno scenario che tutti sanno esistere, tutti sanno persistere, senza che questo provochi alcun apprezzabile comportamento consequenziale: lo sfruttamento minorile e le pessime condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi, comprese quelle dove si producono tutti gli iGingilli di Apple, componentistica, finiture e assemblaggio compresi.Vale davvero la pena di ripercorrerlo, per sottolineare come certi aspetti a volte sono evidenziati e illustrati molto meglio da un’attività teatrale che da qualsiasi titolone sui giornali, dimostrando come il processo comunicativo abbia amplissime possibilità di scelta per arrivare a tentare di colpire nel modo più efficace.
Al centro della scena c’è Mike Daisey, che il quotidiano disegna come uno dei più grandi narratori e monologhisti contemporanei. Recentemente, i suoi monologhi hanno centrato l’attenzione proprio su Steve Jobs, su Apple e su tutto l’ecosistema in cui opera l’azienda. L’ultimo dei suoi lavori, intitolato “The Agony and the Ecstasy of Steve Jobs”, che sarà nei teatri americani tra l’11 ottobre e il 13 novembre, si incentra – come si evince anche dal titolo – proprio su questo. Il New York Times ha potuto intervistarlo per telefono e nel suo articolo riporta un estratto delle domande e risposte più significative, che è interessante soppesare attentamente perché da esse si capirà come un cervello sveglio e una testa che ama mantenere gli occhi realmente aperti come quella di un attore – che fa della comunicazione uno dei suoi strumenti di lavoro – siano passati dall’amare Apple e i suoi prodotti all’odiarla, con una consequenzialità difficilmente smontabile. Il lettore perdonerà la traduzione non sempre letterale, al fine di rendere più fluente il fraseggio. I personaggi citati (es. Barnum) sono dotati di link a Wikipedia al fine di approfondire e colmare eventuali non-conoscenze.
New York Times: Come è arrivato per la prima volta a interessarsi di Apple e Steve Jobs quale soggetto dei suoi monologhi?
Mike Daisey: Ho usato i loro prodotti per l’intera mia vita e sono stato profondamente influenzato da Steve Jobs e dal modo in cui molti altri ne sono stati influenzati, in quanto egli è fortemente associato al design dei prodotti Apple. Il modo in cui in qualche maniera egli domina Apple fa sì che quando si impiegano i suoi prodotti si abbia come la sensazione di avere un dialogo con lui. Da tempo avrei voluto parlare di Apple nei miei monologhi, ma non affronto un nuovo argomento se non si presenta qualcosa di irresistibilmente interessante in contrasto con qualcos’altro della mia vita. Non c’era nulla di cui davvero fosse il caso di parlare fino a un paio d’anni fa, quando ho iniziato a leggere e informarmi sulle condizioni di lavoro nel sud della Cina e a indagare sulla catena produttiva.
NYT: Nel suo monologo lei sostiene che Jobs non sia davvero un “tech geek”. Cosa intende?
MD: Voglio dire che egli è troppo carismatico per essere davvero ciò che tradizionalmente si ritiene essere un “tech geek”. Piuttosto appare uno showman, un grande venditore. C’è in lui più di Barnum di quanto ci sia di Spock.
NYT: C’è un certo senso teatrale che accompagna gli annunci dei nuovi prodotti Apple e l’intera esperienza degli Apple Store. Cosa pensa di Steve Jobs come “artitsta”?
MD: Ritengo che sotto quel profilo egli sia un artista estremamente efficace. Tuttavia è davvero spiacevole che abbia gettato al vento i suoi ideali. Lui è qualcuno che ha avuto l’opportunità di trasformare il mondo con i suoi apparecchi, e l’ha fatto. Ha iniziato come qualcuno che è semplicemente riuscito a costruire i suoi apparecchi vantandoli come portatori di grande libertà, mentre oggi Apple è una delle aziende produttrici di computer più bloccanti del mondo. Come capitalista ritengo che siano estremamente attraenti, ma se parliamo di Steve Jobs come artista, penso che abbia perso qualunque traccia di ogni buon ideale.
NYT: Ha per caso attenuato i toni del suo monologo per non risultare un insensibile nel criticare un uomo con seri problemi di salute? (Steve Jobs soffre di tumore al pancreas, ndB).
MD: L’idea che Steve Jobs possa venire a mancare è una distrazione invadente dal nucleo centrale della questione. A essere sinceri, è difficile ammettere che siamo fermamente intenzionati a distogliere l’attenzione dalla disagevole e disonorevole situazione che noi stessi abbiamo creato per nostra convenienza in Cina, con le nostre commesse e le catene di produzione, e che ci aggrappiamo a qualunque cosa pur di non parlarne.
NYT: Lei è rimasto sorpreso dalle condizioni di queste industrie?
MD: Mi aspettavo che fossero cattive, peggiori di quelle che avevo mai visto, ciò nonostante ho incassato bene l’esperienza. Ciò che mi ha spiazzato è stato il livello di disumanizzazione in quei sistemi produttivi, messi su dalle grandi corporation americane in collusione con i fornitori.
NYT: Molti americani rivendicano che la Cina stia “rubando” posti di lavoro nazionali. Cosa pensa di questa preoccupazione ora che ha assaggiato di persona le disumane condizioni di fabbricazione viste in Cina?
MD: Cerchiamo di essere chiari. Le condizioni di lavoro in Cina sono quelle che sono perché abbiamo deciso di colludere con un paese fascista, di stracciare quelle condizioni di lavoro per le quali migliaia di persone hanno combattuto, anche morendo, per renderle possibili. Quelle condizioni disumane sono dunque funzione della nostra decisione di “occidentali” di strappare, con la stessa leggerezza, diritti umani essenziali.
NYT: Uno dei messaggi che traspare dal suo monologo è l’invito ai consumatori di assumere un atteggiamento più consapevole e critico sugli apparecchi che acquistano. Ma potrebbe non esserci un concorrente più etico a cui rivolgersi. Come spera, alla luce di ciò, di riuscire a cambiare il punto di vista dei consumatori con il suo monologo?
MD: La situazione in cui ci troviamo non è molto diversa da quella che c’era negli anni 50 ai tempi dei movimenti per il cibo organico, un’epoca in cui l’idea che il cibo non dovesse essere trattato con pesticidi era bizzarra perché la gente non capiva nemmeno perché non sarebbe stato desiderabile mangiare cibo in scatola. In altre parole, l’atto di far si che la gente pensi a queste questioni è rivoluzionario semplicemente perché nessuno, di fatto, ci pensa.
NYT: Ha acquistato nuovi prodotti Apple da quando ha composto questo monologo?
MD: No. Non posso rinnegare la verità, quindi mi trovo a dovermi arrangiare con gli apparecchi che ho. C’è un interesse radicale nel controllare aziende come Apple, che producono una obsolescenza pianificata più presto che tardi, per questo diventa sempre più difficile restare “funzionali” a lungo con ciò che già si ha. Come conseguenza, qualche decisione per tempo va pur presa.
NYT: Ma a quel che vedo lei ancora possiede alcuni prodotti Apple che possedeva prima di avviare le sue ricerche mirate a questo monologo.
MD: Se me ne disfo, dovrò semplicemente trovarne altri, costruiti nello stesso modo, al fine di poter rimanere in contatto con la gente. Esattamente come adesso che noi stiamo parlando al telefono, i cui componenti molto probabilmente sono stati costruiti a Shenzen.
Certamente gli spunti di riflessione non mancano, qualunque sia il proprio orientamento politico, che può tranquillamente differire da quello dell’attore senza per questo invalidare il messaggio di un invito a una maggiore consapevolezza nei consumi, a non cedere all’obsolescenza programmata e a ricordare che, spesso, l’ultimo gadget dà troppo poco in più rispetto al precedente per giustificare tutto lo scenario che, ben nascosto, c’è alle spalle.

Fonte: The New Blog Times, 3 ottobre 2011

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