Un posto vuoto alla Biennale per il coraggio di Ai Weiwei

Un mese fa l’ artista Ai Weiwei il cognome è Ai è stato arrestato dalla polizia della Repubblica  Popolare  Cinese. Si tratta di un evento di straordinaria importanza  politica e morale. Ai è uno dei più grandi artisti contemporanei. Figlio di un poeta, diplomato  presso la Accademia  del cinema di Pechino, specializzato  alla Parsons School of Design di New York, Ai adopera creativamente linguaggi multipli nei più svariati campi dell’ arte concettuale  e della performance. Le sue installazioni  a Kassel, Venezia, New York, Londra, Monaco, Pechino, San Paolo hanno fatto discutere la critica e interessato  un vasto pubblico. A vederlo, Ai Weiwei appare come un omone di 53 anni dal viso sorridente,  incorniciato  da una strana barba, con un’ aria perennemente indaffarata.  In effetti, Ai ha molte ragioni per essere indaffarato.  La sua arte coinvolge non solo gli spettatori ma anche un gran numero di attori. A Kassel, in occasione  di Documenta  12 nel 2007, ha fatto arrivare 1001 cinesi, selezionati  tramite un invito che appariva sul suo blog, di cui ha creato abiti, bagagli e così via, facendoli aggirare per la mostra e la città. Lo scorso anno ha riempito la Tate Modern,  a Londra, di cento milioni di semi di girasole in porcellana.  Questi semi erano stati precedentemente dipinti a mano uno alla volta da 1600 lavoratori abitanti di Jingdezhen,  un villaggio  cinese specializzato  nella lavorazione  della porcellana,  che Ai aveva assunto e pagato per tutta la durata dell’ operazione.  Dall’ ottobre del 2009 al gennaio del 2010, a Monaco in Germania,  Ai ha presentato So Sorry, in cui si mostravano  le scuse di governi, industrie e compagnie transnazionali che avevano provocato danni irreparabili  alla popolazione.  Sulla facciata della Haus der Kunst di Monaco Ai aveva piazzato  allo stesso tempo l’ installazione  Remembering, che esibiva 9000 zainetti ammaccati e distrutti di bambini, che ricordavano  quelli recuperati  dopo il terremoto  di qualche anno prima nel Sichuan in Cina. L’ installazione  era evidentemente destinata  a sollevare il problema  delle responsabilità economiche  e politiche che spesso accompagnano tragedie del genere. La cosa, diciamolo  in questo modo, non deve essere piaciuta troppo ai governanti  cinesi. Come non è piaciuto molto il fatto che Ai abbia intrapreso  un’ indagine sistematica  sulla corruzione in Cina. Così che Ai, tornato in patria qualche tempo dopo Kassel, era stato preso dalla polizia e picchiato selvaggiamente, tanto da dovere essere ricoverato in ospedale per un’ emorragia cerebrale. Nonostante  ciò, Ai non ha mai voluto lasciare il suo Paese, e ha costruito il suo studio principale  a Shanghai. Come capita in questi delicati equilibri, qualcosa però non ha funzionato.  Il 3 aprile di quest’ anno Ai è stato arrestato in seguito a risibili accuse di plagio, reati finanziari e abuso edilizio. Ai non fa arte solo per ragioni estetiche. Ma anche per comunicare,  per creare reazioni politiche e morali. In molti regimi autoritari, artisti visuali e poeti hanno questo ruolo di denunciare,  per mezzo della loro opera, i misfatti del regime. Questo li ha sempre esposti a sanzioni. Nel caso di Ai, poi, questo tipo di attività risulta esplicito:  egli non adopera metafore delicate e sovente usa media digitali che poco spazio lasciano all’ ambiguità insita nella comunicazione analogica.  Le reazioni sono state nel suo caso particolarmente dure e incaute. Non c’ e bisogno di essere dei maghi per capire che una repressione  così esplicita di un artista tanto famoso non giova al Partito comunista  cinese nel momento in cui il Paese intende accreditarsi  come leader planetario,  così come del resto non ha giovato la reazione all’ assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Liu Xiaobo. Bisogna quindi fare qualcosa per difendere  l’ uomo, l’ arte, ma anche per far comprendere a chi li offende che non conviene  farlo. Finora, ci sono state molte reazioni internazionali all’ arresto di Ai, a cominciare da quelle dell’ Unione Europea,  delle Nazioni Unite e di Human Rights Watch. Il canale televisivo franco-tedesco Arte ha fatto un lungo servizio, intervistando anche politici. La Bbc anche ha dato ampio spazio alla cosa, così come il Guardian e la Zeit. In Italia, invece, c’ è stato un sostanziale silenzio. Questo silenzio non ci fa onore. Ai è testimone,  vittima e simbolo di un’ ingiustizia  sistematica  che avviene in un grande Paese di antichissima  civiltà. Per cui, mi permetto di usare questo giornale per fare una modesta proposta. A giugno comincia  la Biennale Arte a Venezia, dove in passato Ai Weiwei ha esposto. Lasciamogli  quest’ anno uno spazio vuoto. E diamo a questo spazio vuoto una grande copertura  mediatica.  Per una volta dire che l’ arte ha come fine la libertà dell’ uomo non sarà solo retorica.

Maffettone  Sebastiano

Fonte: Corriere della Sera.it, 13 maggio 2011

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