Un piano dietro il no al Dalai Lama. Obama metterà nell’angolo la Cina

La leggendaria imperscrutabilità degli orientali va oltre lo scontato luogo comune quando parliamo dei nordcoreani: tentare di prevedere e capire le mosse del governo di Pyongyang è cosa impossibile e le diplomazie occidentali si ritrovano spesso a dover riaggiustare le proprie politiche in funzione di nuovi  inaspettati scenari. La novità del giorno sono i numerosi segnali dati dalla Corea del Nord verso l’apertura di trattative per la denuclearizzazione del paese. Questa notizia giunge dopo un lungo periodo nel corso del quale la Corea del Nord ha esasperato la tensione con i vicini e con gli USA espellendo gli ispettori dell’AIEA, ritirandosi dal Trattato sulla Non Proliferazione Nucleare, testando missili in grado di trasportare testate atomiche a lunga distanza e usando toni propagandistici particolarmente minacciosi.

Ora invece, secondo l’agenzia Nuova Cina, il dittatore Kim Jong-il avrebbe addirittura confidato al premier cinese Wen Jiabao di voler aprire una trattativa sul nucleare. In sintonia Pechino ha dichiarato che è “interesse delle parti giungere ad una penisola coreana denuclearizzata”. Washington ha subito risposto dimostrando massima disponibilità: il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Kelly auspica che “la Corea del Nord si impegni ad un dialogo che porti ad una denuclearizzazione completa e verificabile della penisola coreana” aggiungendo che “gli Stati Uniti continuano ad avere la buona volontà per discuterne in maniera bilaterale nel quadro delle discussioni a Sei”. Cosa abbia spinto Kim Jong-il a questo clamoroso cambio di carreggiata è ignoto, ma possiamo fare alcune ipotesi.

Prima di tutto osserviamo che la notizia arriva alla vigilia di una nuova era di colloqui amichevoli tra USA e Cina, in cui bene si inserisce il rifiuto di Obama di incontrare il Dalai Lama in visita a Washington. La vicenda (che ha scandalizzato anche molti sostenitori del Presidente USA) non ci sorprende, avendo da queste pagine sempre sostenuto il pragmatismo di Obama, lungi dall’attribuirgli presunti slanci etici e morali che tanto piacciono nei salotti dei suoi esegeti europei. Molto più praticamente il giovane e dinamico Presidente ha capito che a Pyongyang non si muove foglia che Pechino non voglia, dunque meglio evitare di irritare i cinesi. Dimenticarsi dei diritti civili in Tibet ottiene in cambio l’intercessione di Pechino nel portare a più miti consigli i nordcoreani, fino al punto di trascinarli al tavolo dei negoziati. Tavolo a cui siedono al momento 5 membri (Cina, Corea del Sud, Giappone, USA e Russia) ma che potrebbe allargarsi presto al Nord Corea, grazie ai buoni uffici di Pechino.

Una concessione tutto sommato accettabile, considerato che fino ad oggi si è continuato a discutere facendo letteralmente i conti senza l’oste. Tuttavia, anche in questo probabile nuovo scenario la Corea del Nord chiede comunque incontri bilaterali con gli USA. In fondo, se a Ginevra il Vice Segretario di Stato americano ha incontrato i negoziatori iraniani, lo stesso possono pretendere i nordcoreani. Il regime di Kim Jong-il esige di avere voce in capitolo e di dialogare con le grandi potenze, ma appare chiaro che si tratta del tentativo di salvare la faccia facendo credere al mondo di “concedersi” ai negoziati, quando in realtà ai negoziati ci è spinto volente o nolente dai Cinesi, che ormai, attraverso il rappresentante del governo Dai Bingguo, già a metà settembre, avevano dichiarato che “la Corea del Nord è disponibile a proseguire nel processo di denuclearizzazione dell’intera penisola coreana”.

L’allentamento della tensione in quella regione significa per Washington molto, anche in termini di mero risparmio, inattuabile oggi in virtù della possente macchina militare che gli USA ancora mantengono al 38° parallelo. In aggiunta rasserenare gli alleati sudcoreani e giapponesi (a portata di tiro dei missili di Pyongyang) ben vale qualche scelta poco dignitosa come snobbare il Dalai Lama. Ma soprattutto per Washington ogni risorsa diplomatica deve essere, in questo momento di grave crisi economica, dedicata al miglioramento continuo dei rapporti col proprio maggiore creditore, anche a costo di deludere una certa frangia dell’elettorato liberal americano, offeso dal fatto che persino Bush non aveva auto remore nell’incontrare il carismatico leader tibetano.

Ma occorre dar credito ad Obama che, per quanto la sua scelta possa sembrare inaccettabile, nel lungo periodo la sua realpolitik potrebbe portare buoni frutti proprio agli stessi tibetani. Se le cose tra Cina ed USA dovessero continuare a migliorare, in un futuro non troppo lontano Washington potrebbe aver acquistato abbastanza potere contrattuale da poter nuovamente tornare sul tema dei diritti umani con maggiore determinazione. Ma questo è l’auspicabile futuro, per il momento l’America deve alla Cina non solo molto denaro, ma ora anche un intervento risolutore nella annosa questione nucleare coreana.

Fonte: Affaritaliani.it 10 ottobre 2009

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