Uiguri e tibetani in Cina: niente passaporti e nella lista nera di alberghi e hotel

Niente passaporti agli uiguri. Quella che sembrava essere fino a poco tempo fa una politica discriminatoria applicata in modo individuale dalla polizia di alcune municipalità, è ora divenuta prassi confermata, con circolari affisse nelle stazioni di polizia di Yili, la vasta area del Xinjiang settentrionale, la regione centro-asiatica cinese grande cinque volte l’Italia, dove le tensioni etniche, politiche e religiose sono frequenti. Le circolari richiedono che tutti restituiscano i passaporti, pena la loro invalidazione, e ammoniscono che non saranno emessi documenti nuovi fino a nuovo ordine.  

In realtà si tratta di una novità solo in parte: i cittadini uiguri da anni lamentano di non riuscire a ottenere passaporti, che si tratti di richieste di titoli di viaggio per business o per pellegrinaggi religiosi alla Mecca (molti uiguri, linguisticamente turcofoni, sono musulmani). Ma più di 10 milioni di cinesi appartenenti al gruppo etnico hui, anch’essi islamici, non hanno problemi a ottenere passaporti, e possono tranquillamente recarsi in pellegrinaggio, rendendo chiara la natura discriminatoria delle nuove misure.

Del resto, anche i tibetani hanno simili difficoltà nell’ottenere documenti di viaggio, da quando le autorità cinesi hanno imposto maggiori controlli nei confronti dei tibetani che varcano la frontiera himalayana per recarsi a studiare in India, a Dharamsala, dove si trovano numerose scuole tibetane e dove risiedono il Dalai Lama e il governo tibetano in esilio. Sia uiguri che tibetani, poi, denunciano grosse difficoltà per soggiornare negli alberghi e hotel del Paese. Una situazione iniziata nel 2008, dopo le sommosse anti-cinesi a Lhasa, e nel 2009, dopo i disordini anti governativi a Urumuqi, la capitale regionale del Xinjiang. Quando cercano di fare check-in, spesso sono allontanati dallo staff alberghiero, mentre la polizia viene allertata della loro presenza.

Secondo Nicholas Bequelin, direttore per l’Asia Orientale di Amnesty International, «le nuove restrizioni fanno parte di una serie di misure anti-insurrezione che sono state introdotte da quando il presidente cinese Xi Jinping ha presieduto una serie di incontri sulla situazione in Xinjiang fin dal 2013». Per Bequelin le nuove misure servono a estendere il controllo su un gruppo specifico – uiguri e tibetani – ma anche a «prevenire il sostegno nei loro confronti da parte di persone al di fuori delle frontiere nazionali, e facilitare il lavoro della propaganda nazionale limitando le informazioni che possono ricevere e diffondere (il che spiega le misure per limitare la capacità di movimento all’interno della Cina stessa per uiguri e tibetani)». Si tratta di misure «altamente problematiche», dice Bequelin, «dal momento che rafforzano il sentimento di alienazione e di essere cittadini di seconda classe, considerati sospetti agli occhi delle autorità semplicemente per la propria appartenenza a un determinato gruppo etnico».

Inoltre, proprio queste aumentate difficoltà a ottenere titoli di viaggio legittimi sarebbero all’origine del crescente fenomeno di rifugiati uiguri in Thailandia e Malaysia, che cercano di scappare verso la Turchia tramite vie non legali, ma nell’impossibilità di farlo in modo legittimo.


Fonte: LaStampa.it, 15/5/15

English article: Radio Free Asia, Tibetans Uyghurs ‘Blacklisted’ at Hotels in Chinese Cities

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