Tutti pazzi per Obamao

Tutti in attesa del presidente Usa che sta per arrivare in Cina. I temi da affrontare? Ambiente e sicurezza innanzi tutto. E naturalmente la crisi economica.

di Simone Pieranni

Dopo giornate di nevicate intense, per Obama è in arrivo il sole. Che sia naturale o un risultato dell’intensa attività dell’Ufficio per la modificazione del clima di Pechino, poco importa: tutto è pronto per ricevere il presidente degli Stati Uniti. Gli ambulanti e i negozianti si lamentano del divieto di vendita delle celebri magliette Obamao, gli edicolanti non si stupiscono più di tanto nel vedere stranieri fotografare le prime pagine dei giornali con Obama bene in vista, i dissidenti più in vista sono stati bloccati. Le prime voci sull’arrivo del presidente degli Stati uniti in Cina – domani sarà a Shanghai, poi fino a mercoledì a Pechino – sono le loro: secondo il gruppo Human Rights in China, Zhao Lianhai, responsabile di un un’associazione di genitori dei bambini vittime dello scandalo del latte avvelenato esploso nel settembre del 2008, è stato arrestato venerdì scorso in casa sua da un gruppo di poliziotti in borghese che hanno anche requisito un computer e un’agenda. Un altro dissidente, Qi Zhiyong, gambizzato il 4 giugno del 1989 durante la repressione dell’esercito in Tiananmen, ha comunicato via sms con i giornalisti stranieri in Cina, sostenendo di essere in custodia della polizia dal 9 novembre. Altri due dissidenti, Li Jinping e Yang Qiuyu, hanno avuto problemi con la polizia cinese nei giorni scorsi. Ai Wei Wei invece, ha scritto un appello su Newsweek: «Mi piace Obama perché rappresenta una speranza per l’America e per il mondo. E’ però inconcepibile che visiti la Cina senza mettere in agenda i diritti umani. Che ci importa della crescita economica quando non ci sono le protezioni di base per i cittadini?» Ai Wei Wei artista e attivista, creatore del Nido d’Uccello, (lo stadio olimpico diventato la nuova icona di Pechino) ma anche spina nel fianco del governo di Pechino dai tempi del terremoto in Sichuan (picchiato dalla polizia è stato operato d’urgenza in Germania), fino alla scorsa estate quando lanciò il boicottaggio contro il filtro a internet, all’appello ha aggiunto anche una riflessione in proprio sullo stato dell’arte della legalità in Cina: «Per noi è vitale portare in luce la verità ma, come altre società tiranniche, la Cina non ha un sistema di giustizia indipendente. Quando la polizia impedisce a un testimone di presentarsi in un processo, significa che il nostro sistema legale è come un sistema mafioso. In più in Cina non esiste una stampa libera che pone domande». Le domande che pongono i cinesi sul forum dell’agenzia governativa, non sono del resto più stimolanti. Al presidente Usa viene chiesto se ha un profilo su Facebook, se beve vino e se gli abiti della moglie sono pagati dall’amministrazione o meno. Ai giovani cinesi però Obama interessa, sia come fenomeno mediatico, sia per i risvolti politici ed economici. Per alcuni è un simbolo. Li Songchen, un avvocato che si occupa di lavoratori migranti a Pechino, ritiene che la popolarità di Obama in Cina dipenda «dalla sua conoscenza del popolo. Lui arriva da lì. Se riesci a parlare con il popolo, puoi parlare con chiunque». A Guomao, zona di Pechino sommersa da centri commerciali e finanziari e zone universitarie, i giovani cinesi confermano l’ammirazione per Obama: «Mi piace, ci si aspetta molto da lui. Al di là di come la si possa pensare è sicuramente già un personaggio storico». Un altro ragazzo, studente di economia, sottolinea i temi che si tratteranno: «Si parlerà di ambiente e sicurezza della regione innanzitutto. E naturalmente della crisi economica». Sui diritti umani, la voce cinese è una sola: «Non credo si parlerà di questi argomenti. Quelli sono temi interni cinesi, nemmeno Obama se ne può occupare». Anche sul presunto razzismo gli studenti della facoltà di economia hanno la loro opinione. Qualche settimana fa il caso di una cinese di colore apparsa in un programma televisivo scatenò commenti razzisti sui forum di discussione del web cinese. Sull’argomento intervennero anche i quotidiani cinesi, invitando tutti al controllo: «Sul web – sostiene Li, 21 anni – ognuno può dire quello che vuole e spesso si insulta e basta. I cinesi non sono razzisti: Obama ha catturato la nostra attenzione e fiducia anche perché è il primo presidente Usa di colore. Un segnale importante e positivo per tutti».

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