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Turni massacranti per 4 euro all’ora: arrestati a Medole due schiavisti cinesi

Blitz della task force contro il lavoro nero in una maglieria. Uno degli operai impiegato in nero, per tutti paghe da fame.

MEDOLE. Nove, dieci ore al giorno con la testa china su telai e macchine da cucire, con una paga oraria di 4 euro. A pochi metri di distanza dalle postazioni, giacigli sporchi utilizzati come letti, sporche le pentole e tutta la cucina, sporchi i bagni. Quando la task force è entrata nella maglieria di Medole ha trovato sette operai, succubi e spaventati. Uno di loro non aveva nemmeno un regolare contratto di lavoro.  In carcere sono finiti due fratelli cinesi, Y.Y. il titolare, 45 anni e Y.Y. il fratello minore di 4 anni, incaricato di controllare la manovalanza e di mostrare il pugno di ferro: sono accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

I carabinieri dell’ispettorato del lavoro, che hanno affiancato i colleghi di Guidizzolo, Castel Goffredo e Monzambano e il personale dell’Ats Valpadana, hanno contestato sanzioni amministrative per 4mila euro. A loro carico, a cura degli uffici Inail e Inps, seguirà anche il recupero dei contributi mai versati nei confronti dell’operaio senza contratto.

Il laboratorio, tutti i macchinari e i capi di abbigliamento, pronti per essere commercializzati, per un valore complessivo di circa 70mila euro, sono stati sequestrati.

Sfruttati in maglieria e trattati come animali: gli operai vivevano e lavoravano nello stesso capannone, dove erano state ricavate sottospecie di camere da letto, locali adibiti a cucine lerce e bagni comuni, dove uomini e donne insieme stavano in condizioni igieniche più che discutibili.

Per questo aspetto saranno effettuati specifici accertamenti da parte dell’ufficio competente dell’Ats Valpadana e dell’ufficio tecnico comunale di Medole. Il blitz, scattato nella tarda serata di martedì 19 novembre, rientra nel piano di controlli contro il lavoro nero della task force voluta dal prefetto e dal comando provinciale dei carabinieri. Sono stati gli stessi operai, impegnati a confezionare pantaloni e cappotti, a raccontare ai carabinieri le loro condizioni di lavoro e a mostrare i documenti: sei di loro sono risultati in regola con il permesso di soggiorno e con il contratto di lavoro.

Fonte:Gazzetta di Mantova,20/11/2019 [1]