Trent’anni di figlio unico

Il 25 settembre 1980 la Cina inaugurava la politica del figlio unico. Di fatto il più grande esperimento di ingegneria sociale di sempre e ancora in atto. In realtà il verbo inaugurare forse è in fin troppo ossequioso. In realtà, la lettera inviata quel giorno di trent’anni fa dall’allora leader Deng Xiaoping ai membri del partito comunista cinese e all’organizzazione dei giovani comunisti cinesi non era un ipotesi di lavoro, ma una direttiva con cui si varava ufficialmente la politica nazionale del figlio unico, applicata già da un anno ma senza direttive precise e a macchia di leopardo. In realtà quella che molti di noi chiamano politica del figlio unico è una serie di norme che sono cambiate nel tempo e che ammettono diverse eccezioni (per esempio in funzione della provincia in cui si trova o del lavoro che si fa, visto che i minatori non sono obbligati ad avere un unico discendente), al punto che spesso in Cina è chiamata la politica del figlio e mezzo, quando non direttamente “politica di pianificazione familiare” e basta. Riassumerla in poche righe sarebbe impossibile, quindi vi segnalo questo testo (pdf) e questo libro di uno dei massimi esperti della questione. Secondo una stima di diversi anni fa, di fonte non governativa, la politica del figlio unico (non del figlio e mezzo) riguarda il 62 per cento delle coppie cinesi. Quale che sia l’impatto attuale, gli effetti di trent’anni di controllo demografico cominciano a farsi sentire, e sono dibattuti sempre più spesso. Ne cito alcuni brevemente. Tanto per cominciare, secondo le autorità cinesi, la trentennale politica di controllo demografico avrebbe risparmiato alla Cina 300 milioni circa di abitanti. Un successo citato dalla delegazione cinese inviata a Copenaghen a dicembre 2009 al vertice sul cambiamento climatico, come stimolo per le altre nazioni ad applicare stringenti politiche di pianificazione familiare come una delle soluzioni per attenuare il riscaldamento del pianeta. Il prezzo da pagare però è un altro. In una società che predilige discendenti maschi, l’obbligo di un solo figlio per la maggior parte della popolazione ha portato una sproporzione tra il numero maschi e di femmine che nascono. Attualmente, secondo i calcoli dell’Accademia cinese per le scienze sociali, in Cina ogni 119 culle azzurre si registrano 100 culle rosa; in alcune aree rurali la proporzione arriva a 130 maschi per 100 femmine. Se il rapporto tra i sessi alla nascita non dovesse diminuire, nei prossimi vent’anni 30 milioni di maschi non potranno sposarsi (o convivere, o come più vi piace): semplicemente anche volendolo non ci sarebbero donne a sufficienza per soddisfare, diciamo così, la domanda. È bene ricordare che in Cina l’aborto selettivo è illegale, ma questo non ha evitato il prodursi di questa disparità tra sessi. C’è dibattito tra i demografi su quanto pesi la politica del figlio unico in questo fenomeno, tuttavia praticamente tutti sono concordi che c’è stata un’influenza sostanziale. Uno sbilanciamento tanto grande tra popolazione maschile e popolazione femminile è un volano per lo sfruttamento della prostituzione, per il traffico di illegale di esseri umani, cioè di manodopera e per i matrimoni intergenerazionali (leggasi donne anziane con giovani uomini), come ha riportato sempre l’accademia delle scienze sociali. C’è poi un altro elemento di preoccupazione. Con la crescita economica sono sempre più numerose le giovani coppie che non vogliono avere un secondo figlio, dove appunto è permesso, oppure non ne vogliono avere affatto. Uno studio pubblicato sul «British Medical Journal» ad agosto 2006, basato su un campione statisticamente rappresentativo della popolazione cinese, ha mostrato che il 55 per cento delle donne tra 15 e 49 anni residenti in aree urbane vuole solo un figlio, contro il 35 per cento del campione in toto (sia rurale sia urbano). E questo porta a un altro effetto del controllo demografico alla cinese: l’invecchiamento della popolazione. Il Comitato nazionale per l’invecchiamento stima che in Cina ci sono 169 milioni di persone over 60, pari al 12,5 per cento della popolazione, e nel 2050 circa 420 milioni, ovvero il 31 per cento della popolazione totale. Ovvero la Cina via via sarà sempre meno un paese per giovani, dove nel 2035 per ogni pensionato ci sarà un lavoratore e mezzo circa che pagherà i contributi. Un serio allarme tra i tanti, forse uno dei pochi che condividiamo.

Fonte: Blitz Quotidiano, 26 settembre 2010

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