Tra Usa e Cina tanta cooperazione, ma Obama torna a mani vuote

Stati Uniti e Cina “non sono mai stati così vicini”, ma “con la forma e anche la sostanza dei rapporti sempre più alle condizioni cinesi”, sebbene i consiglieri di Obama suggeriscano che “il loro approccio e il tono cortese fossero finalizzati a risultati di lungo termine”.

Nella visita in Cina del presidente americano, Barack Obama, il Washington Post vede un “forte contrasto con il passato”. Un “contrasto”, rispetto alle visite dei suoi predecessori, che tuttavia a giudizio del quotidiano Usa non riflette tanto un cambiamento di approccio da parte di una nuova amministrazione, quanto “un incredibile, e molto più grande cambiamento” negli equilibri di potere, soprattutto in economia, durante l’ultimo decennio. Un cambiamento che ha fatto da “sottofondo” all’intera visita. Nella sua analisi il WashPost sottolinea che “non ci sono stati grandi passi avanti su temi importanti quali il programma nucleare iraniano o la moneta cinese. Eppure, dopo due giorni di colloqui con il più grande creditore degli Stati Uniti, l’amministrazione ha affermato che le relazioni tra i due Paesi sono importanti come non mai”. Sebbene un piccolo progresso sia emerso in vista della conferenza del prossimo mese a Copenhagen sui cambiamenti climatici, è “relativamente poco per un nuovo presidente che in campagna elettorale ha promesso che avrebbe realizzato cambiamenti di vasta portata nelle relazioni diplomatiche degli Stati Uniti”. “Se c’è stato un cambiamento significativo durante questo viaggio – osserva il WashPost – è stato il tono conciliante e a volte persino elogiativo” nei confronti del governo Pechino. “Con gli Stati Uniti indebitati con la Cina per oltre mille miliardi di dollari e inondati da merci cinesi”, quella tra Obama e il presidente Hu Jintao è stata una conferenza stampa in “stile cinese”. “Ciascuno ha letto il suo discorso preparato, guardando l’altro in silenzio. E nessuna domanda”. Stati Uniti e Cina “non sono mai stati così vicini”, ma “con la forma e anche la sostanza dei rapporti sempre più alle condizioni cinesi”, sebbene i consiglieri di Obama suggeriscano che “il loro approccio e il tono cortese fossero finalizzati a risultati di lungo termine”.

Anche l’incontro stile “town-hall” di Obama con 500 studenti a Shanghai – dove il presidente ha toccato il tema dei diritti umani, definiti “valori universali”, e della libertà d’espressione, dicendosi contrario alla censura di Internet – che la Casa Bianca aveva sperato potesse permettere al presidente di raggiungere i cinesi comuni, “è stato privato di spontaneità dalla coreografia scritta dalle autorità di Pechino”. Un’analisi simile quella di ieri del Wall Street Journal, secondo cui allo scopo di non far esprimere il potenziale del carisma di Obama, i leader cinesi lo hanno ingabbiato “in una visita tra le più strettamente controllate che si ricordino, senza concedergli alcuna opportunità, data invece ai suoi predecessori, di arrivare direttamente al grande pubblico cinese”. Totale assenza di contatto diretto con il pubblico, come dimostra l’incontro di Shanghai con 500 studenti, accuratamente selezionati – e persino “addestrati” – dal regime tra i quadri giovanili del partito, e non trasmesso in televisione. Anche l’itinerario della visita, secondo fonti sia cinesi che americane, riferisce il WSJ, “è stato aspramente conteso da ambo le parti”. La Casa Bianca avrebbe voluto un’occasione “per far brillare la personalità telegenica di Obama” e ha chiesto maggiori libertà, ma le autorità cinesi hanno resistito, temendo il paragone con la classe politica cinese. Durante la visita in Cina del 1998, il presidente Clinton, ricorda il WSJ, ebbe quattro occasioni per parlare direttamente ai cinesi, tra cui un’intervista in diretta tv senza censure e discorsi agli studenti. Anche George W. Bush, nel 2002, parlò di libertà politica e religiosa agli studenti cinesi, ma al contrario di questa volta l’incontro fu trasmesso sulla televisione nazionale.

Anche il New York Times, nella sua analisi, nota come il presidente Obama sia tornato a Washington senza risultati tangibili sui principali temi, su cui la Cina è rimasta ferma sulle sue posizioni. “Si è dovuto confrontare con una Cina in rapida crescita ancora più incline a dire no agli Stati Uniti”. Su temi quali l’Iran (Hu Jintao non ha parlato pubblicamente della possibilità di sanzioni), la moneta cinese (nessun cenno a una modifica del suo valore) e i diritti umani (è stato ribadito che i due Paesi hanno “divergenze”), “la Cina è rimasta irremovibile sulla maggior parte delle richieste americane”. “La visita – osserva il NYT – ha messo in mostra l’abilità della Cina nel respingere le pressioni esterne piuttosto che far progredire le questioni principali nell’agenda di Obama”. Secondo Eswar S. Prasad, esperto di Cina della Cornell University, “la Cina ha gestito efficacemente le apparizioni pubbliche del presidente Obama, portandolo a fare dichiarazioni di sostegno delle posizioni cinesi politicamente importanti per loro, ed efficacemente silenziando, invece, quelle riguardanti temi controversi come i diritti umani e la politica monetaria cinese. Con un colpo da maestri, hanno spostato il discorso pubblico dai rischi globali insiti nella politica monetaria cinese ai pericoli di quella di manica larga, e delle tendenze protezionistiche, degli Stati Uniti”.

Dalla sua missione in Asia, avverte il Wall Street Journal, il presidente Obama torna con una “tirata d’orecchie” dai leader asiatici “per ciò che tutti quei biglietti verdi stanno facendo alle loro economie”. Il rischio è che i bassi tassi di interesse Usa sul dollaro provochino bolle finanziarie in Asia e un’allocazione inefficiente dei capitali. E “le bolle azionarie che esplodono in Asia alla fine causeranno problemi anche qui”. Il capo dell’Esecutivo di Hong Kong, Donald Tsang, ex ministro delle Finanze, si è detto “spaventato” dalla politica monetaria americana, riporta il WSJ. “Laddove il denaro si sta dirigendo, è dove si verificherà il problema: in Asia”. Il valore delle azioni, in Corea del Sud, a Taiwan, a Singapore e ad Hong Kong, “sta salendo a livelli incompatibili e incoerenti con i fondamentali economici”. Un “gioco pericoloso che potrebbe provocare alcuni seri errori di politica economica”, avverte il quotidiano Usa, fino al “rischio di una rappresaglia politica” (la Cina su questioni quali l’Iran e la Corea del Nord), se questi Paesi “concludono che gli Stati Uniti stanno cercando di svalutare allo scopo di favorire le loro esportazioni – cioè, tentando di rubare domanda dal resto del mondo”. “L’ultima cosa di cui il mondo ha bisogno”, è una politica a colpi di svalutazioni monetarie e barriere commerciali reciproche. Il vero messaggio che i governi dei Paesi asiatici hanno recapitato a Obama (e alla Fed) durante la sua missione, è di “condurre una politica monetaria più cauta, in grado di procurare minori distorsioni economiche, minori rischi finanziari, e quindi di aumentare le possibilità che la fragile ripresa globale diventi una espansione durevole”.

Martin Wolf, sul Financial Times, punta invece l’indice sul “protezionismo valutario cinese” e rimprovera semmai al presidente Obama di non aver parlato al presidente Hu Jintao “in termini tanto crudi” quanto avrebbe dovuto, suggerendo una serie di “scomode verità” che avrebbe dovuto esporgli durante i colloqui bilaterali. Sono “comprensibili” i timori di Pechino per gli effetti delle politiche monetarie e di bilancio degli Stati Uniti sugli investimenti cinesi in titoli di stato americani, ma “non lascerò che la nostra economia precipiti nella depressione per proteggere il valore dei risparmi cinesi”. E la svalutazione del renminbi, agganciandolo a un dollaro che sta perdendo valore, è “una politica che tende a scaricare sugli altri Paesi il costo della crisi”. Se a causa della politica di Pechino dovesse continuare a crescere “in modo esponenziale” il deficit commerciale Usa, per Wolf sarebbe giustificabile minacciare di introdurre una soprattassa alle importazioni del 10 per cento, come fece Nixon nel ’71 con Germania e Giappone. “Il sistema degli scambi ne uscirebbe terribilmente danneggiato – ammette l’editorialista del FT – ma l’alternativa sarebbe insopportabile”, gli Stati Uniti “hanno il diritto di proteggersi da un mercantilismo tanto spinto”.

Fonte: Il Legno Storto, 19 novembre 2009

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