Tienanmen, le foto di Dario Mitidieri

“Il momento più drammatico che io abbia vissuto in Piazza Tienanmen è stato la mattina presto del 4 giugno quando alcuni dottori, rischiando tantissimo, mi hanno fatto entrare di nascosto nell’ospedale dove lavoravano, Tienanmen Square Hospital, il più vicino alla piazza. Lì mi sono realmente reso conto di quanto fosse successo in piazza, feriti e morti nelle stanze e nei corridoi dell’ospedale.
Lì ho scattato, con le mani tremanti, la foto dei morti accatastati in una stanza. Un dottore mi ha detto: «Fotografa e fai vedere al mondo quello che sta facendo l’esercito cinese». Così ho fatto.
È stata un’esperienza di quelle che capitano poche volte nella vita di un fotogiornalista: uno di quei rari casi in cui le fotografie scattate non servono solo a raccontare una storia, ma cercano di raccontare la verità che il governo Cinese tentava di deviare e sopprimere.”

Quanti anni avevi quando sei andato in Cina e ti sei trovato in mezzo alla protesta di Tienanmen?
30 anni
Perché eri andato lì?
Mi interessava fare un reportage sugli studenti che occupavano la piazza da oltre due mesi, piazza considerata il centro del potere comunista in Cina.
Quanto tempo sei stato?
Esattamente 10 giorni. Con partenza per Londra la sera del 4 giugno e arrivo a Londra alle 5 del mattino.
Le mie foto sono state le prime a raggiungere l’Europa, a parte quelle delle agenzie di stampa come Reuters. Non c’era ancora il digitale, io utilizzavo pellicola bianco e nero Kodak Tri-X.
Che altri reportage avevi fatto prima di questo?
Ho iniziato come professionista nel 1987 e fino a quel momento il mio reportage più importante era stato sui profughi della Cambogia ai confini della Thailandia.
Come ti eri finanziato?
Da solo e il viaggio in aereo era stato pagato dal Sunday Telegraph dove lavoravo come freelance.
Dove venne pubblicato il lavoro?
Letteralmente su tutte le prime pagine dei quotidiani inglesi. E poi tante riviste inglesi e internazionali, incluso The Independent Magazine, Stern, L’Express, L’Europeo, e tanti altri.
Ti rendesti subito conto di cosa stava succedendo?
No. Successe tutto all’improvviso verso le 8 di sera quando stavamo mangiando al Bejing Hotel e iniziarono a sparare.
La mia foto del bambino che dà il benvenuto ai soldati che si avvicinano a Tienanmen Square, fu scattata due ore prima che tutto cominciasse.
A distanza di 25 anni, quell’esperienza come ti ha cambiato e che ruolo ha avuto sulla scelta di continuare a testimoniare?
L’esperienza di Piazza Tienanmen mi ha segnato sia a livello emotivo che a livello professionale.
Nonostante siano passati 25 anni, il ricordo di quello che visto e vissuto in quei 10 giorni é molto vivido. Mi ricordo praticamente tutto. La notte del 3/4 giugno è stata la notte più lunga della mia vita.
Tre episodi possono raccontare la mia esperienza di Piazza Tienanmen.
Il primo episodio è quello del mio collega fotografo Bob Gannon, che allora lavorava per The Guardian. L’esercito ha cominciato a sparare improvvisamente, ognuno era per conto suo e ho rivisto Bob solo il pomeriggio del 4 giugno, per ripartire insieme. Bob ha vissuto un’esperienza talmente drammatica quella notte che da quel momento ha smesso di fare il fotografo.
Un’altra persona a cui ripenso spesso è Cathy, una studentessa universitaria di Beijing che ci accompagnava in quei giorni. Era diventata la nostra fixer e un’amica. Dormivamo nella stessa tenda quando eravamo in piazza. Dal momento in cui sono iniziati gli spari, non abbiamo più avuto notizie di Cathy. Non ho mai saputo se è rimasta viva o morta.
E il momento più drammatico che io abbia vissuto in Piazza Tienanmen è stato la mattina presto del 4 giugno quando alcuni dottori, rischiando tantissimo, mi hanno fatto entrare di nascosto nell’ospedale dove lavoravano, Tienanmen Square Hospital, il più vicino alla piazza. Lì mi sono realmente reso conto di quanto fosse successo in piazza, feriti e morti nelle stanze e nei corridoi dell’ospedale.
Lì ho scattato, con le mani tremanti, la foto dei morti accatastati in una stanza. Un dottore mi ha detto: «Fotografa e fai vedere al mondo quello che sta facendo l’esercito cinese». Così ho fatto.
È stata un’esperienza di quelle che capitano poche volte nella vita di un fotogiornalista: uno di quei rari casi in cui le fotografie scattate non servono solo a raccontare una storia, ma cercano di raccontare la verità che il governo Cinese tentava di deviare e sopprimere.

Intervista di Renata Ferri al fotografo Dario Mitidieri.

Fonte: http://www.ilpost.it/renataferri/2014/06/04/piazza-tienanmen-dario-mitidieri/

 

[Attenzione, alcune fotografie contengono immagini forti]

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