Tibetani e indiani in marcia contro i 60 anni di violenze della Cina

I festeggiamenti per i 60 anni della Repubblica popolare cinese sono la celebrazione di “60 anni di violenze, bugie e oppressioni contro i popoli del Tibet, del Turkestan orientale e della Cina”. È quanto affermano i leader del Congresso dei giovani tibetani (Cgt), gruppo in esilio che lotta per i diritti della popolazione, mentre migliaia di indiani e tibetani, uniti, protestano a New Delhi contro le “violente repressioni” perpetrate da Pechino.
Come già avvenuto in occasione dei Giochi olimpici, il Partito comunista ha messo in scena uno spettacolo “per migliorare l’immagine della Cina nel mondo” e conquistare il ruolo di “leader negli affari globali”, ma la sfilata di “armi e tecnologia” militare durante la parata mostrano il vero volto del Paese: “un avvertimento al mondo – sottolineano i giovani tibetani – di cosa sia in realtà la cosiddetta ‘crescita pacifica’ della Cina”.
Oggi Pechino celebra la potenza del gigante cinese, i miracoli in campo economico e lo sviluppo dell’apparato militare e dei progetti spaziali; a New Delhi, invece, migliaia di indiani e tibetani, hanno organizzato una protesta contro il “regime comunista cinese”. I leader di Cgt spiegano che “la massiccia presenza di militari in Tibet, costituisce una minaccia diretta alla sicurezza, all’economia e all’ambiente dell’India” e non nascondono le preoccupazioni per “le incursioni e le infiltrazioni dei cinesi in territorio indiano”.
Il movimento giovanile ricorda “l’occupazione illegale” del Tibet, del Turkestan orientale e della Mongolia Interna” da parte del Partito comunista, che ha inoltre promosso una politica interna “sbagliata e disastrosa” causando la morte di “oltre 30 milioni di cinesi”. Il partito ha mantenuto il potere attraverso l’uso brutale della forza, perdendo così “il rispetto del suo popolo”. Fra i tanti episodi vengono citati il massacro di piazza Tiananmen, nel 1989, e le continue violazioni dei diritti umani in Tibet, nello Xinjiang, nella Manchuria e nella Inner Mongolia, che spesso sono sconfinate in “politiche del genocidio” che restano “impunite”.
In Tibet, denunciano i leader del Cgt, si assiste a una continua immigrazione di cinesi di etnia Han, che hanno ridotto i tibetani a minoranza; la presenza di 500mila soldati dell’esercito, e la costruzione di strade, ponti e tunnel segreti, inoltre, serve a reprimere con maggiore velocità ed efficacia “qualsiasi forma di dissenso”. “Il governo cinese – aggiungono – è privo di qualsiasi legittimità in Tibet ed esercita il controllo con la forza militare” e sconfessa l’apparente politica di “società armoniosa” tanto cara al presidente Hu Jintao.
“La Cina – concludono – ha votato l’adozione nel 1948 della Dichiarazione universale dei diritti umani all’Onu. Nonostante tutto, continua a violarla. Finché la voce dei tibetani, degli uiguri, e dei cinesi stessi non verrà rispettata, le celebrazioni del governo “saranno inutili”.(NC)
Fonte: AsiaNews, 1 ottobre 2009

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