Tibet, Xinjiang e diritti umani: il noto palinsesto delle accuse alla Cina

La campagna di accerchiamento della Cina non si limita solo alle provocazioni militari, alla strategia di alleanze, all’apertura di nuove basi militari o al rilancio di alleanze con i Paesi che la circondano. A tutto questo si somma una continua e inarrestabile campagna di delegittimazione del modello economico e sociale della Repubblica Popolare. Ancora una volta a salire alla ribalta – guarda caso in piena tensione nel Mar Cinese Meridionale e nel delicato passaggio di potere – sono i temi dei diritti umani e della repressione contro le minoranze etniche. L’obiettivo è chiaro: indebolire l’ex Celeste Impero in ogni modo, sfruttando il più possibile le contraddizioni interne (che indubbiamente esistono) nella speranza che si inneschi una “rivoluzione colorata” in salsa orientale. Un gioco ormai fin troppo scoperto e che ha nuovamente come oggetto il Tibet e lo Xinjiang.
Andiamo con ordine per fare qualche breve considerazione.
Il 13 maggio in una intervista al Daily Telegraph il Dalai Lama rivela che i servizi segreti cinesi starebbero addestrando donne tibetane, finte devote, per ucciderlo con sciarpe e capelli intrisi di sostanze tossiche. Il giorno successivo riceve a Londra, nella Cattedrale di St. Paul, il premio Templeton concesso alle personalità che hanno incoraggiato il dialogo tra la fede e la scienza. Inoltre, in forma privata, è stato ricevuto a Downing Street dal premier britannico David Cameron. Mossa che Pechino ha subito stigmatizzato, tramite una nota ufficiale del Ministero degli Esteri, come un “affronto al popolo cinese” e una “seria interferenza negli affari interni”. Come sempre, in queste occasioni, viene ricordato che ad essere ricevuto con tutti gli onori è un personaggio che porta avanti politiche di sostanziale secessionismo. A parte questo, conviene concentrare la nostra attenzione su di un altro aspetto. Con estrema puntualità la stampa, pedissequamente anche quella italiana, definisce il Dalai Lama come “figura spirituale” che ha rinunciato nel 2011 ad ogni ruolo politico. E’ chiaro: depotenziandone la natura politica, si vuole portare l’attenzione pubblica sul presunto genocidio culturale e religioso ai danni della popolazione tibetana. E’ veramente così? Per rendercene conto possiamo fare riferimento alla Costituzione provvisoria tibetana o “Carta dei tibetani in esilio” modificata proprio nel 2011. Ebbene l’articolo 1 definisce il Dalai Lama “Protettore e Simbolo del Tibet e del popolo Tibetano” (His Holiness the Fourteenth Dalai Lama, human manifestation of Avaloketeshvara, is the guardian and protector of the Tibetan nation) e gli affida le seguenti prerogative: esprimere il proprio parere e dare il proprio sostegno in materia di protezione e promozione del benessere fisico, spirituale, etico e culturale del popolo tibetano; proseguire nel suo impegno per una soddisfacente soluzione al problema del Tibet; adoperarsi affinché si realizzino gli obiettivi del popolo tibetano; fornire, per sua iniziativa o dietro richiesta da parte dei rappresentanti eletti, i suoi suggerimenti al Parlamento tibetano e al Governo su argomenti di importanza per il popolo tibetano, incluse le questioni riguardanti la comunità e le istituzioni in esilio e, infine, a nome del popolo tibetano, incontrerà i leader mondiali e altre importanti personalità e organismi per spiegare e discutere i problemi e le necessità della sua gente e indicherà i suoi rappresentanti e inviati speciali. Si comprende bene come nella figura del Dalai Lama continuino a convivere il potere civile e quello religioso anche se, formalmente, in veste meno assolutista. Il fatto che parte dei suoi poteri siano stati delegati ad un primo ministro, non cambia la sostanza. La stessa presenza di un governo in esilio rende sempre attuale il pericolo secessionista. Nel marzo del 2011, in occasione del 53° anniversario della cosiddetta insurrezione nazionale tibetana, proprio il Primo Ministro in esilio ha parlato di “cinquantatré anni di occupazione da parte della Repubblica Popolare Cinese”. Altro che figura solo spirituale! Permane, con tutta evidenza, un’alleanza trono-altare concentrata in un’unica figura che pare piacere molto al laico e liberale Occidente. Sempre negli stessi giorni il Giappone ha ospitato il Congresso Mondiale degli Uighuri (World Uyghur Congress – WUC) con la sua celebrata leader Rebiya Kadeer, da tempo negli Usa. Anche per quest’ultima Pechino porta avanti una politica repressiva volta alla assimilazione forzata della etnia turcofona e islamica dello Xinjiang. Come nel caso del Tibet, stiamo parlando di una regione di confine di estrema importanza per la Cina, non solo per la proiezione dell’influenza in Asia centrale, ma anche perché in passato la perdita di controllo su di essa ha messo a rischio integrità e sovranità dell’intero Paese. Il viaggio della leader separatista si è macchiato di una vera e propria provocazione che rende esplicito il carattere anti-cinese dell’iniziativa: la visita al santuario di Yasukuni, simbolo del passato militarismo nipponico e che onora criminali di guerra. E sempre in Giappone a sostenere apertamente il Congresso Uighuro sono movimenti di estrema destra che, già in passato, erano balzati alle cronache per aver organizzato una “Giornata anticomunista”, in segno di protesta per la normalizzazione dei rapporti cino-giapponesi, e per l’aperto sostegno dell’indipendenza di Taiwan (già colonia giapponese dal 1894 al 1945). Insomma, in alcuni ambienti del Sol Levante il separatismo anti-Han è la chiave di volta per l’indebolimento della Cina popolare. Ricordiamo, infine, che il World Uyghur Congress è tra le organizzazioni finanziate dal National Endowment for Democracy (NED) con più di 250 mila dollari annuali in nome della lotta in difesa dei diritti umani. E i soldi della NED, giusto per ricordarlo, arrivano da uno stanziamento annuale del Congresso degli Stati Uniti. Non bastasse questo, conviene sottolineare che Erkin Alptekin, il fondatore del WUC, ha lavorato per la US Information Agency e Radio Free Europe con il compito di “informare e influenzare l’opinione pubblica straniera”… a favore degli interessi del proprio committente. Ma non è tutto. A chiudere il cerchio poco dopo è arrivata dalla Gran Bretagna la denuncia sullo stato dei diritti umani in Cina. Una potenza di fuoco mediatica, parallela a quella dell’accerchiamento militare, che non poteva di certo lasciare indifferente Pechino. La risposta è arrivata con un duro editoriale del Quotidiano del Popolo a firma di Liu Jie. Ad essere oggetto di critica, oltre alla retorica dei diritti umani, è in sostanza la logica della superiorità Occidentale e della conseguente esportazione di un modello di civiltà ritenuto universalmente valido. Conviene riportarne ampi stralci: “Nel mondo attuale nessun Paese garantisce perfettamente i diritti umani. Nell’agosto del 2011, a Londra si è svolta una grave rivolta, poi diffusasi in tutto il Regno Unito, che ha portato all’arresto di oltre duemila persone. A monte di questa c’erano gravi problemi di diritti umani nel Regno Unito, tra i quali la discriminazione razziale, la povertà, la disoccupazione e un alto tasso di criminalità. In questo senso, quello che dovrebbe fare il governo britannico non è salvaguardare i “diritti umani” di poche persone della Cina, né censurare la situazione dei diritti umani in Cina e negare il progresso avvenuto in Cina su questo fronte, ma risolvere con attenzione i propri problemi di diritti umani in modo che non si ripetano turbolenze sociali come la rivolta di Londra. Un paese non deve vedere sempre i problemi di diritti umani di altri paesi e ignorare i propri”. L’ennesima ingerenza straniera sul tema – sarebbe meglio dire con la scusa – dei diritti umani non è giudicata solamente come una ingerenza negli affari interni di un Paese sovrano, ma è inquadrata nella strategia imperialista dell’esportazione armata dei diritti umani, fondata sulla supposta universalità del modello socio-economico euro-atlantico.
Ecco cosa si legge: “I Paesi occidentali come il Regno Unito hanno interpretato a lungo la situazione dei diritti umani in Cina in base alla loro arroganza istituzionale e ai pregiudizi ideologici, soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda, quando cominciarono ad occupare una posizione dominante nella politica e nell’economia internazionale. Le potenze occidentali si considerano l’incarnazione della moralità internazionale, e credono fermamente che “la storia sia finita” con il Washington Consensus, e che solo i sistemi sociali e i valori occidentali siano corretti. A causa della loro arroganza e del loro pregiudizio, il Regno Unito e altri paesi sviluppati utilizzano un solo e semplice criterio per la valutazione dei diritti umani in altre regioni e Paesi. Essi sostengono i Paesi che hanno adottato politiche dei diritti umani di tipo occidentale, e contengono o addirittura attaccano quelli che hanno scelto un percorso diverso”. Ed è qui che entra sulla scena la Cina “naturalmente considerata “eretica” perché aderisce ancora al suo sistema sociale e la politica di riforma e apertura sono condotte nel rispetto dello stesso”.

Diego Angelo Bertozzi

Fonte: Marx21.it, 2 giugno 2012

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