Tibet, rivoluzione silenziosa. Uno schiaffo per la Cina

Dopo Africa del Nord e Medio Oriente, anche il Tibet porta avanti, con successo, la sua rivoluzione. Il Dalai Lama è infatti riuscito a convincere i tibetani che sia finalmente arrivato il momento di scegliere un nuovo leader politico che li aiuti a portare avanti la loro lotta per l’indipendenza. Si tratta di un cambiamento epocale per un paese che ha sempre creduto nella reincarnazione del Lama e completamente disabituato all’idea di scegliere un leader tramite libere elezioni. Ma anche di una provocazione forte per il vicino cinese, che a questo punto non potrà più dichiarare illegittima la reincarnazione sostituendo il Lama designato con un candidato più vicino a Pechino. Il Dalai Lama, naturalmente, non ha proposto queste innovative elezioni per rinunciare a guidare la sua comunità, perché indipendentemente dall’esito delle votazioni (i cui risultati saranno resi noti domenica 27 marzo), continuerà ad essere Tenzin Gyatso la guida spirituale del popolo tibetano. La nuova guida politica servirà quindi solo a dare ai tibetani un riferimento affidabile e legittimo per il prossimo futuro, soprattutto quando il Dalai Lama non riuscirà più ad essere così attivo. Ieri, migliaia di monaci, studenti, casalinghe e uomini d’affari tibetani di tutto il mondo si sono messi pazientemente in fila davanti al tempio Tsuglakhang a Dharamsala, la sede della comunità tibetana in esilio, per esprimere liberamente la propria preferenza su uno dei tre possibili candidati. In serata, è stato calcolato che almeno 85.000 persone si sono presentate alle prime libere elezioni per il Tibet. Il candidato che sembra avere maggiori possibilità di successo è Lobsang Sengey, un docente della Facoltà di Giurisprudenza di Harvard nato e vissuto in esilio. Dal suo punto di vista il Tibet potrà permettersi, dopo le elezioni, di “confrontarsi con la Cina su due piani distinti: quello spirituale, in cui sarà il Dalai Lama a rimanere l’interlocutore principale, e quello politico, dando voce al governo democratico che la nostra comunità ha deciso di nominare”. Gli altri due candidati sono Tenzin Namgyal Tethong, un diplomatico che vive negli Stati Uniti, e Tashi Wangdi, già portavoce del Dalai Lama a Bruxelles, New York e New Delhi. Ma il favorito resta comunque il docente di Harvard, che ieri è stato accolto al tempio Tsuglakhang da una folla che faceva a gara per potergli stringere la mano e scattare una foto con lui. E dopo aver votato, Lobsang Sengey ha dichiarato di essere pronto a trasferirsi con la famiglia a Dharamsala nel caso in cui il popolo scegliesse lui come leader, ma che la sua figura di riferimento nonché fonte di ispirazione rimarrà per sempre il Dalai Lama.

Claudia Astarita

Fonte: Panorama.it, 21 marzo 2011

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