Tibet ora piu’ che mai

Ricordiamo il cinquantesimo anniversario della rivolta di Lhasa del 10.3.1959. Martedì prossimo, venite tutti davanti al Parlamento alle 15,00 ed a partecipate alla fiaccolata da Piazza Madonna di Loreto al Colosseo dalle 18,30 alle 20,00.

Sono passati cinquant’anni dall’insurrezione pacifica del popolo tibetano del 10 marzo 1959 contro l’invasione militare cinese di nove anni prima. La rivolta fu stroncata con estrema crudeltà e l’ uccisione, in quei mesi nel solo Tibet centrale, di più di 87.000 civili. Il XIV Dalai Lama, fu costretto a fuggire, seguito da circa 100.000 tibetani; chiese asilo politico in India dove venne costituito un governo tibetano democratico. Oggi sono piu’ di 150,000 gli esulti tibetani all’estero e continua l’afflusso dei profughi.

L’invasione cinese ha comportato la morte di oltre 1.000.000 di tibetani; la distruzione del 90% del patrimonio artistico e architettonico; la predazione delle sue enormi ricchezze naturali; la distruzione del prezioso ecosistema con lo scarico dei rifiuti nucleari e la massiccia deforestazione. Un vero genocidio fisico e culturale ed una catastrofe ambientale.

In Tibet sono di stanza 500.000 soldati della Repubblica Popolare Cinese. Il massiccio afflusso di immigrati cinesi sta minacciando la sopravvivenza dell’identità tibetana e ha ridotto la popolazione autoctona a una minoranza all’interno del proprio paese, mentre prosegue la pratica della sterilizzazione e degli aborti forzati delle donne tibetane.


Non dimentichiamo che i Tibetani sono di razza, lingua e religione diverse dai cinesi e che il Tibet era un paese indipendente fino al 1949.

La sistematica politica di discriminazione attuata dalle autorità cinesi ha emarginato la popolazione tibetana in tutti i settori, da quello scolastico a quello religioso e lavorativo. Miglialia di tibetani sono tuttora imprigionati, torturati e condannati senza processo, con condizioni carcerarie disumane. In Tibet vi sono almeno 20 Laogai, i famigerati campi di lavoro forzato. Ve ne sono altre decine nelle province cinesi con popolazione tibetana del Sichuan, Qinghai, Guansu e Yunnan. Ricordiamone alcuni. La Bomi/Powo prison stracolma di monaci e laici tibetani. Il campo Cheshur dove si produce pietra, visitato da Manfred Nowak, rappresentante dell’ONU, nel 2005, che ha riconfermato l’uso della tortura in Cina. La prigione di Lhasa e la Tibet n.1 Drapchi Prison dove si producono tappeti ed il cui nome commerciale è “Carpet Factory”. La Powo Prison che produce tappeti e prodotti agricoli. Ricordiamo che i Laogai sono molto importanti per l’economia cinese perchè la forza lavoro è a costo zero.

Tutto ciò nonostante tre risoluzioni delle Nazioni Unite, altre del Congresso Americano e del Parlamento Europeo e di molti parlamenti nazionali.

Il 10 marzo del 2008, il popolo tibetano è tornato ad urlare tutto il proprio dolore davanti ad un mondo particolarmente attento in vista delle Olimpiadi di Pechino. Migliaia gli arrestati e centinaia gli assassinati. La persecuzione continua. Il 18 gennaio di quest’anno il regime ha iniziato una campagna “anti-crimine” (o “colpisci duro” in cinese yanda) in previsione dell’anniversario del 10 marzo. Il 23 gennaio è stato ucciso, sotto tortura, Pema Tsepak, 24 anni. A Gaba nel Sichuan 600 monaci marciano pregando e vengono assaliti dalla polizia. Il 27 febbraio il Monaco Tapey del Monastero di Kirti si è dato fuoco e la polizia gli spara. Nonostante ciò le autorità internazionali e nazionali continuano imperterrite a collaborare con Pechino. Il 29 Ottobre 2008 il ministro degli esteri David Milliband ha di fatto svenduto il Tibet riconoscendo la totale leggitimita`della sovranita`cinese sul paese delle nevi. Un passo che la Gran Bretagna non aveva mai fatto perche`nel 1913 aveva stipulato un trattato di pace con il Tibet come stato indipendente. Non si rendono conto i politici che questa repressione e costrizione al lavoro forzato dei detenuti dei Laogai, a scopo di profitto e spesso per aumentare l’esportazione, non è solamente immorale ma anche contro producente per la nostra economia ?

La crisi cino-tibetana mette anche in risalto due diverse visioni della vita. Quella spirituale ed etica dei tibetani con quella consumistica e materialista del regime comunista cinese. L’Occidente, oggi vittima del materialismo, dell’individualismo e dell’edonismo, ha molto da impararare dal popolo tibetano. Oggi, la salvaguardia del Tibet e` l’ultimo baluardo per un occidente che non abbia del tutto perso la sua anima. E` un segnale d’allarme. La causa per la libertà del Tibet è la nostra causa, se lo facciamo morire soffocato, sappiamo cosa ci attende

Redazione
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