Tibet, dramma senza fine

di Francesco Pullia
Che succede in Tibet? Nonostante la censura imposta dai cinesi ai conniventi regimi occidentali continuano a filtrare notizie purtroppo drammatiche.

Due tibetani, Losang Gyaltse e Loyar, coinvolti secondo l’accusa nei moti di Lhasa del 14 marzo dello scorso anno, sono stati condannati a morte dai tribunali di Pechino. L’annuncio è stato dato dalla stessa agenzia di stampa governativa, Nuova Cina. Ad altri due – Gangtsu e Tenzin Phuntsog – la pena capitale è stata, invece, rimandata di due anni. Un quinto, Dawa Sangpo, sconterà una condanna all’ergastolo.

Va ricordato che già in febbraio a settantasei detenuti, arrestati sempre per le proteste, erano stati inflitti dai tre anni all’ergastolo. I processi ovviamente, secondo la prassi cinese, si sono sempre svolti a porte chiuse e senza che gli imputati abbiano potuto avere diritto alla difesa.
Sette tibetani sono stati, inoltre, condannati per spionaggio e divulgazione illegale di notizie riservate ad organizzazioni all’estero mentre non si hanno notizie di oltre mille persone in prigione da tredici mesi per i disordini.

Il 25 marzo il ventisettenne Phuntsok Rabten, del monastero nella contea di Drango, prefettura di Kardze, ha distribuito volantini invitando i contadini a non coltivare la terra per protesta contro la persecuzione cinese e a pregare per i tibetani uccisi nel 2008. All’arrivo della polizia è fuggito ma è stato preso, picchiato e ucciso sul posto. Il corpo è stato, poi, gettato in un burrone. I monaci lo hanno, però, recuperato e portato alla polizia che ha rifiutato qualsiasi responsabilità. Le autorità si sono limitate a parlare (pensate un po’…) di suicidio o di caduta accidentale da un motociclo.

Sempre il 25 marzo la polizia ha arrestato due monaci del monastero Minyak, nel Drango, che avrebbero anch’essi invitato i contadini ad aderire alla campagna di disobbedienza civile in atto nel Tibet orientale. Due giorni dopo sono stati arrestati circa venti contadini che protestavano e altri undici sono stati feriti.

Jampa Sonam, 21 anni, è stato arrestato a Kardze mentre, da solo e all’esterno del palazzo del governo, gridava “Lunga vita al Dalai Lama e “Indipendenza per il Tibet”. I poliziotti lo hanno subito portato in una località sconosciuta dopo averlo picchiato.
Il 20 marzo, oltre cento tra funzionari di pubblica sicurezza e militari sono entrati nel villaggio di Kara e, setacciando casa per casa, hanno costretto i contadini a recarsi a lavorare nei campi. Le autorità cinesi minacciano gravi provvedimenti, inclusa la confisca dei terreni, nei confronti di chi intende incrociare le braccia contro la brutalità dell’occupazione cinese.

Samdhong Rinpoche, dall’esilio di Dharamsala, ha intanto commentato i dati recentemente diffusi dal rapporto del China Tibetology Research Centre, ente che dipende dal governo di Pechino, secondo cui il Tibet sarebbe “una regione florida” dove i tibetani vivrebbero “felici e tutelati”.

“Se questo è vero – ha affermato il premier – perché non è permesso a tutti di venire a vedere il felice popolo tibetano e si pongono divieti a stranieri e giornalisti? Se la gente fosse felice, non ci sarebbero le proteste che invece ci sono, anche se la Cina lo nega”.

I tibetani sono ormai una minoranza nel loro stesso paese, ridotti ad essere sei milioni rispetto a non meno di 7,5 milioni di cinesi (con riferimento anche alle altre zone tibetane nelle popolose province del Gansu, Qinghai e Sichuan) e vivono soprattutto nelle zone rurali a differenza dei cinesi che occupano le città, i centri commerciali.

“La Cina – ha proseguito l’esponente democratico tibetano – proclama di avere investito grandi somme per il progresso economico e il benessere della regione. In realtà si è impadronita delle immense risorse della zona, ha saccheggiato persino gli ampi boschi e le piante medicinali degli altopiani. Non più del 6-7% del valore di queste risorse è stato investito nello sviluppo della regione ma a beneficiarne sono state soprattutto le etnie non tibetane e i militari presenti. I cinesi hanno, inoltre, saccheggiato reliquie e manufatti antichi, confiscati negli anni Sessanta e Settanta da monasteri e case, compresi preziosi, gioielli e ornamenti in oro e argento”.

E i capi di governo delle democrazie occidentali che fanno?

Lasciamolo dire a Federico Rampini: “Ogni paese che ha osato dare udienza al leader tibetano in esilio è stato oggetto di dure condanne e minacciato con pesanti ritorsioni. Molti si sono piegati, vista la potenza economica della Repubblica Popolare. L’ultimo caso è stato quello del presidente francese Nicolas Sarkozy. L’anno scorso i cinesi fecero saltare un vertice
bilaterale con l’Unione europea per “castigare” Sarkozy dopo la visita del Dalai Lama in Francia. Al vertice del G-20 a Londra il presidente francese ha incontrato il suo omologo cinese Hu Jintao e ha sottoscritto una dichiarazione sull’appartenenza del Tibet alla Repubblica Popolare, un gesto che la stampa di Parigi interpreta come una umiliante sottomissione”.
“A meno di improbabili colpi di scena”, ha aggiunto, da parte sua, Piero Verni in un articolo apparso domenica su “il Riformista” in cui si accennava, tra l’altro, all’amarezza e alla delusione espresse da Kelsang Gyaltsen, inviato del Dalai Lama, nell’audizione promossa il 31 marzo dalla Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento Europeo, si deve “concludere che le numerose concessioni unilaterali degli inviati del Dalai Lama non sono riuscite a modificare la durezza delle posizioni cinesi e i loro diktat. Difficile prevedere quali potranno essere le prossime mosse del Dalai Lama e del suo governo che da oltre vent’anni hanno puntato tutto sulla speranza di poter trovare una soluzione moderata alla questione del Tibet. Pechino invece continua a tirare dritto per la solita strada. Nessuna concessione, nessun compromesso, nessuna pietà per chi protesta”.

Se questo è innegabile, è altrettanto vero che qualora i tibetani abbandonassero la scelta nonviolenta finirebbero inevitabilmente per fare il gioco della tirannia di Pechino che continua ad additare il Dalai Lama “e la sua cricca” come fomentatori di una fantomatica cospirazione indipendentista. Si darebbe al governo cinese il pretesto migliore (e atteso) per accelerare il processo di disintegrazione definitiva del Tibet e portare a termine la “soluzione finale”.

Notizie Radicali, 16 aprile 2009

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