Tibet, Cina e i volti della repressione

Nei giorni dell’anniversario del massacro di piazza Tien an men, si è riaccesa la questione dei diritti umani in Cina. Tra le varie iniziative promosse per commemorare le vittime delle repressioni cinesi, Roma Capitale e la Onlus Laogai hanno organizzato la conferenza  “Lavoro e Globalizzazione – I diritti umani in Cina e in Tibet” invitando al dibattito vari esuli, rifugiati politici ed esponenti della causa tibetana.

Claudio Cardelli, presidente dell’Associazione Italia-Tibet, offre le testimonianze di una regione del mondo di incredibile bellezza, deturpata dall’occupazione cinese iniziata nel 1951. A farne le spese è stata, soprattutto, l’identità culturale-nazionale del popolo tibetano, messa a dura prova in questi sei decenni di repressione maoista (soprattutto durante la “rivoluzione culturale”), e che ora rischia di scomparire. La cultura tibetana è sopravvissuta, in parte, soltanto grazie all’India, nazione in cui già nel 1959 si rifugiarono oltre 100mila tibetani, tra i quali anche il Dalai Lama. Mentre in Cina la lingua e la cultura tibetana sono state, di fatto, bandite, e la storia nazionale viene sminuita alla stregua di “storielle mitologiche”. Qualunque forma di espressione dell’identità tibetana viene criminalizzata, in quanto considerata una “minaccia alla sicurezza dello Stato”.

Lukar Sham è il presidente dell’Associazione per i diritti politici dei tibetani, un’organizzazione creata per aiutare i rifugiati, i prigionieri politici tibetani e le loro famiglie. Il dissidente, divenuto famoso per aver organizzato la “marcia per il Tibet” nel 2008, dichiara che «i perseguitati politici vengono incappucciati, sequestrati e portati via senza nessun processo… spesso li lasciano morire di stenti in quelle prigioni dove sono costretti a vivere in condizioni inumane». Nel ricordare l’aumento dei prigionieri politici tibetani perseguitati dalle autorità cinesi dichiara, in uno momento di ottimismo, che «non bisogna arrendersi e scoraggiarsi, perché anche in Cina molti dissidenti sostengono la nostra causa». Sham lancia un appello alla comunità internazionale per fare di più.

Tienchi Martin-Liao, dissidente cinese e presidente dell’Independent chinese Pen centre, ricorda che i tibetani sono vittime, al pari dei cinesi, della stessa macchina repressiva che affligge il paese da oltre sessant’anni. Secondo l’attivista, la Cina sta vivendo un momento di incredibile espansione economica, ma rimane un paese di poveri ai quali sono stati negati diritti civili, politici e sociali fondamentali: in Cina è prevista la pena di morte per 68 reati, sanità e istruzione sono precarie per la maggior parte della popolazione (e inesistenti per 600 milioni di contadini totalmente sprovvisti di assistenza sociale), vigono politiche e mentalità repressive che si riflettono nella vita quotidiana (come la famosa “politica del figlio unico”). Per la Liao, in Cina non c’è alcuna libertà di stampa e di espressione, il web è controllato, non vi è alcuna libertà religiosa e di espressione e anche gli intellettuali e i “potenziali dissidenti” finiscono in prigione. Inoltre, la popolazione cinese è stata “condannata” dall’incuria ambientale del governo a vivere in un territorio poco salubre: respirare l’aria di Pechino equivale a fumare 21 sigarette al giorno, circa due terzi dei cinesi beve acqua contaminata (l’80% delle acque della Repubblica Popolare sono inquinate), la sicurezza alimentare è inesistente. Il sistema cinese è un «vulcano che potrebbe esplodere» entro un paio d’anni in quanto l’opinione pubblica cinese sarebbe sempre più informata e pronta a rivendicare i propri diritti fondamentali: ogni anno, in Cina, si registrano circa 100mila proteste contro tali politiche repressive.

Liao ha espresso la sua solidarietà e simpatia per la causa tibetana, rievocando i crimini che le autorità di Pechino compiono da oltre 50 anni nella regione himalayana. Denuncia l’«assordante silenzio della politica» nei confronti delle centinaia di persone che ogni anno vengono perseguitate in Tibet o che, colti dall’esasperazione, finiscono per auto immolarsi dandosi fuoco (38 fino ad ora). L’Occidente difficilmente potrebbe rinunciare alle posizioni commerciali (e finanziarie) assunte con la Cina, ma potrebbe fare molto per il Tibet aprendo, ad esempio, delle sezioni consolari a Lhasa al fine di creare un ponte istituzionale col Tibet e una maggiore trasparenza. Questa posizione sembra sempre meno possibile dal momento in cui la Cina ha appena chiuso l’accesso al Tibet anche per i turisti. Inoltre, per Liao «bisogna aiutare i tibetani a migliorare loro stessi, rafforzarsi e avere più fiducia nella propria causa… finché un giorno saranno pronti a conquistare la loro libertà e i loro diritti».

Toni Brandi, organizzatore, mediatore dell’incontro e Presidente della onlus “Laogai Foundation Italia”, denuncia alcune gravissime violazioni dei diritti umani compiute dalle autorità cinesi contro i dissidenti politici e gli esponenti tibetani. In Cina, il dissenso politico viene represso attraverso i Laogai, un sistema di internamento e lavoro forzato basato sul modello del gulag sovietico. Nei circa mille laogai esistenti, sono reclusi dai 3 ai 5 milioni di prigionieri politici – tra cui il Premio Nobel per la Pace 2010 Liu Xiaobo – e si lavora per 15 ore al giorno in condizioni inumane.

Aldo Forbice, giornalista e attivista per i diritti umani, pone il problema politico della questione: la Cina divenendo, di fatto, la maggiore potenza economica mondiale sarebbe inattaccabile sulle proprie questioni interne (tra cui Tibet e violazioni dei diritti umani) in quanto sarebbe “coperta” dagli enormi interessi politici e commerciali dei suoi partner stranieri. Per chiedere la fine di queste gravi violazioni, non si sono mai organizzate delle grandi battaglie mediatiche contro le autorità cinesi e si sarebbe realizzato un vero e proprio “muro di sordità”. Per Forbice, il peggior danno alla causa dei dissidenti cinesi è la nostra abitudine a questo silenzio: per questo, bisognerebbe sensibilizzare non solo l’opinione pubblica ma anche le strutture di potere (e gli stessi partiti) per chiedere la cessazione di queste violazioni dei diritti umani e del “genocidio culturale” del popolo tibetano.

Risparmiabile l’intervento del consigliere Augusto Caratelli, agguerrito esponente dell’Esquilino, che ha sfoderato una retorica politica degna del “Gladiatore” («continueremo a batterci finché l’Esquilino e il Tibet non saranno liberi») insieme ad altre superflue (e talvolta bizzarre) considerazioni meramente anticinesi da parte del pubblico: tutto ciò è stato decisamente fuori luogo e di cattivo gusto per un evento in cui dovevano essere protagonisti soltanto gli esuli tibetani. Viene da domandarsi, allora, se a qualcuno interessi davvero la causa tibetana o se la retorica dei diritti umani sia solo un pretesto per attaccare la politica di Pechino.

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Riccardo Cucciolla

Fonte: L’Opinione, 10 giugno 2012

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