Tibet autonomo, alla Cina conviene

«L’attuale politica cinese non porta da nessuna parte. La violenza non può risolvere il problema del Tibet. Bisogna puntare sulla pace e sul dialogo». Lobsang Sangay, da poco meno di un anno leader politico dei tibetani, è convinto delle sue parole. Lo dicono i suoi occhi. Carichi di fiducia, nonostante la causa per la libertà del suo popolo non stia facendo passi in avanti. L’abbiamo incontrato qualche giorno fa a Milano nella sua prima visita in Italia da capo del governo in esilio. Nell’ultimo anno in Tibet e nelle altre province cinesi dove è profondamente radicata la comunità tibetana si sono immolate più di venticinque persone. Soprattutto monaci buddisti. Quasi sempre molto giovani. Un gesto estremo che sembra l’ennesima manifestazione di un popolo costretto a convivere con la repressione cinese da troppo tempo. «Il Dalai Lama – racconta Lobsang Sangay – ha chiesto più volte di evitare gesti di questo tipo. Per la nostra religione il suicidio è un atto di violenza. Ma il buddismo riconosce anche che dietro ad ogni azione ci siano motivazioni precise. E se queste riconducono ad una grande causa, ad un grande ideale, e se non si coinvolgono altre persone, allora le immolazioni possono essere interpretate diversamente. In ogni caso parliamo sempre di una tremenda tragedia umana». La leadership tibetana è convinta che la soluzione di un problema che la storia ha riconsegnato ciclicamente all’attualità debba passare dal dialogo. Ma parlare di questo con le autorità cinesi non è cosa facile. Per questo il Dalai Lama, che rimane la guida spirituale del popolo tibetano, ha deciso di cedere ogni responsabilità politica ad una persona più giovane di lui e in grado di fare le dovute pressioni su Pechino. La scelta è caduta su Lobsang Sangay, votato l’anno scorso dai tibetani in esilio. «Durante la mia lunga permanenza ad Harvard – dice Lobsang Sangay – ho stretto legami con molti studenti e con molti accademici cinesi. Abbiamo imparato a conoscerci e alla fine abbiamo instaurato un ottimo rapporto. Questo purtroppo non è successo con il governo, che ha sempre mantenuto una posizione di totale chiusura. Con il tempo mi sono fatto molti amici in Cina, ma la maggior parte delle volte facciamo fatica a comunicare». Il governo tibetano in esilio in India e il governo di Pechino hanno avuto dei contatti, ma in questo momento i canali di comunicazione sono praticamente chiusi. «Dal 2002 al 2010 ci sono stati una decina di incontri. In questo momento, invece, i nostri inviati non possono nemmeno entrare in Cina. Nell’apparato statale ci sono persone che vogliono sinceramente un negoziato. Noi abbiamo mandato dei messaggi precisi ai vertici dello stato cinese. Ma stiamo ancora aspettando una risposta». Il prossimo autunno in Cina comincerà un lungo processo di transizione, che porterà ad un cambio dell’apparato di potere. Il nuovo presidente sarà Xi Jinping, che nelle sue ultime dichiarazioni non si è discostato più di tanto dalla posizione dell’attuale governo. «Ogni volta che arriva un nuovo leader ci sono idee nuove. E questo è un fattore positivo, anche se l’esperienza ci suggerisce di non essere troppo ottimisti. È il sistema ad essere chiuso, ovviamente anche sul Tibet». Oggi l’obiettivo dei tibetani non è più l’indipendenza da Pechino ma l’autonomia all’interno dello stato cinese. Una posizione che potrebbe sembrare un passo indietro nella battaglia per la libertà, ma che in realtà risponde ad una valutazione ben precisa, come ci spiega Lobsang Sangay: «Vista la geografia della regione, visti gli equilibri di potere e considerando che Cina e Tibet hanno sempre vissuto a stretto contatto, l’autonomia è la soluzione migliore per entrambe le parti. Per il Tibet l’autonomia all’interno della Cina. Per Pechino la possibilità di mantenere la sua sovranità e la sua integrità territoriale. La nostra identità culturale sarebbe finalmente riconosciuta, mentre la Cina manterrebbe intatta la sua organizzazione statale. Insomma, una soluzione vincente per entrambi». Lobsang Sangay, 43 anni, ha accettato il suo nuovo ruolo con molta naturalezza, come se fosse già scritto che prima o poi avrebbe dovuto assumere lui, mai stato in Tibet, la guida del suo popolo. «A qualcuno doveva capitare. È capitato a me. Sento nel profondo la mia identità tibetana. Farò il mo lavoro al meglio». Il Dalai Lama, nonostante le proteste del governo cinese, è stato anche ricevuto alla Casa Bianca. Ma le pressioni della comunità internazionale su Pechino non sono ancora sufficienti. E poi in questo momento la potenza economica della Cina rischia di essere un freno ulteriore, soprattutto per Europa e Stati Uniti. E anche un ostacolo in più sulla strada di Lobsang Sangay.

Fonte: Notizie Radicali, 26 marzo 2012

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