Tibet, ancora arresti contro monaci buddisti

Si intensifica la campagna di arresti contro i monaci buddisti del Tibet, lanciata negli scorsi mesi da Pechino per “tranquillizzare” la provincia ed evitare nuove proteste di massa. Dopo i numerosi arresti di inizio aprile, infatti, gli agenti di polizia dell’ufficio di Pubblica sicurezza della contea di Nyagrong – prefettura tibetana di Kardze, nella provincia settentrionale del Sichuan – hanno arrestato lo scorso 8 aprile un altro monaco. Lo denuncia il Tibetan Centre for Human Rights and Democracy (Tchrd),  che da anni monitora la situazione nella zona.

Abo Tashi, religioso buddista di 22 anni, è accusato di aver protestato pubblicamente insieme ad altri tre connazionali contro la presenza cinese nella zona. Insieme ad Abo sono stati fermati Tsering Gyatso, 19 anni; Tsering Wangchuk, 22 e Rinzin Dorjee, 24. I primi due vengono dal monastero di Guru, come Abo, mentre il quarto viene dalla lamaseria di Jamchon.

I quattro si sono presentati nella piazza del villaggio di Serwoe, contea di Nyagrong, con indosso delle bandiere nazionali del Tibet: il simbolo è bandito sin dall’invasione cinese della regione, avvenuta per opera dell’Esercito di liberazione popolare guidato da Mao Zedong, nel 1949. Inoltre, i giovani monaci hanno esposto dei cartelli scritti a mano che chiedono il rientro del Dalai Lama nel Tibet, l’indipendenza della regione e la fine delle ricerche minerarie nella zona.

Alla protesta si sono uniti 500 abitanti del posto, che hanno espresso il loro sostegno ai monaci. Secondo alcune fonti locali, la polizia avrebbe sparato per disperdere la manifestazione: non è chiaro se i colpi siano stati sparati in aria o contro la folla. Abo è stato arrestato, e di lui non si hanno notizie. Il Tchrd, nel suo bollettino, si definisce “preoccupato” per la sorte del monaco e chiede al governo cinese che venga immediatamente rilasciato.

Fonte: AsiaNews, 13 aprile 2010

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