Tibet, altri 6 monaci si danno fuoco. Il Dalai Lama chiede aiuto

Dall’inizio del 2009 sono più di 70 i tibetani, soprattutto monaci, che per disperazione si sono dati fuoco. Protestano contro le misure repressive del governo cinese. Il tallone di ferro di Pechino continua essere la causa di questi suicidi che di fatto rappresentano l’unica forma di dissenso rimasta. Su 70 tibetani 54 di loro sono morti tra atroci dolori a causa delle lesioni riportate, immolandosi così sull’altare della libertà. L’ultimo episodio del genere, a riprova di un clima pesante che non accenna ad allentarsi, risale ad alcuni giorni fa quando si è diffusa la notizia che altri sei giovani tibetani, tra cui una ragazza, si sono cosparsi di kerosene, scegliendo la via del martirio. Si tratta di una protesta silenziosa e agghiacciante che il Dalai Lama, la guida spirituale in esilio del popolo tibetano, non riesce a fermare. Per questo ha chiesto alla «comunità internazionale di fare luce sull’origine di questi suicidi». Serve una inchiesta a largo raggio. L’appello è stato pronunciato dal Giappone, a Tokyo, la città in cui si trovava il Dalai Lama alcuni giorni fa per una serie di conferenze. Nella sede del parlamento ha sottolineato la mentalità ristretta delle autorità cinesi che continuano a ritenere la cultura buddista una minaccia al loro sistema di valori. L’occupazione cinese resta una spina nel fianco. «I giornalisti stranieri e le autorità internazionali dovrebbero recarsi personalmente in Tibet per constatare di persona i fatti. Episodi che, per la loro gravità, non possono essere più ignorati». Purtroppo le autorità di Pechino non permettono a chiunque di potere entrare in Tibet, e non rilasciano i permessi necessari a tutti i giornalisti, tanto che diverse organizzazioni umanitarie hanno manifestato più volte il proprio dissenso. La scorsa settimana l’Alto commissario per i Diritti Umani, Navi Pillay ha esortato il governo cinese a riconoscere che è proprio il senso di «frustrazione provato dal popolo tibetano» ad indurre i monaci a ricorrere a strumenti di protesta così estremi. Per tutta risposta il governo cinese ha rigettato l’appunto, esprimendo profonda insoddisfazione per come è stato formulato. La situazione è peggiorata dal 2009, quando le violenze alla libertà religiosa si sono amplificate dato che si celebravano i 50 anni dalla fallita insurrezione tibetana contro l’occupazione militare cinese, avvenuta il 10 marzo 1959, che ha portato all’esilio il Dalai Lama. Il 10 marzo 2009 il Dalai Lama ha accusato la Cina di avere ucciso centinaia di migliaia di tibetani e di avere trasformato la regione himalayana in un «inferno sulla terra», chiedendo di nuovo autonomia per il Tibet. Da quel momento la polizia di Lhasa ha lanciato un «giro di vite contro il crimine», con periodiche ondate di arresti, torture e persecuzioni.

Franca Giansoldati

Fonte: Il Messaggero, 13 novembre 2012

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