Tiananmen, un mistero lungo 20 anni

“I carri armati non fanno più rumore. Sono passati, so­no lontani. La Tienanmen è silenzio­sa. Il caos insanguinato di vent’anni fa non si sente più. Sparito dall’oriz­zonte della Cina: le nuove generazio­ni non sanno o quasi, solo pochissi­mi coltivano apertamente la memo­ria ed è più facile farlo all’estero. «Di allora — ha ricordato sui giorna­li Wuer Kaixi, uno dei leader studen­teschi — mi addolora la sorte delle vittime. Noi capi siamo sopravvissu­ti, loro no. Ma la colpa è solo del re­gime».
Ciascuno dei superstiti ha vissuto una Tienanmen diversa. Durante le proteste emersero divergenze fra le anime della piazza, poi ci sono state liti tra reduci. Ma «le differenze di opinione su come andarono le cose non dovrebbero intaccare la grande nobiltà di quant’è successo» ha com­mentato Ma Jian, che l’anno scorso ha condensato il suo ’89 in un ro­manzo visionario, Beijing Coma, presto in uscita in Italia (Feltrinelli). Anche allora ci furono tante Tie­nanmen. La protesta prese corpo tra il 15 e il 22 aprile, morte e funerale dell’ex segretario riformista del Par­tito comunista Hu Yaobang. Le in­quietudini per le disuguaglianze tra beneficiari ed esclusi delle aperture economiche, le richieste di democra­zia, l’insofferenza per la corruzione, l’inflazione agitavano la società cine­se da almeno tre anni ed è anche per questo che nell’87 Hu Yaobang era stato rimosso da Deng Xiaoping. «Fu la prima volta — spiega da Hong Kong il sinologo Jean-Philip­pe Béja — che un movimento così coinvolse centinaia di città. Proprio su quanto accadde nelle province, sulla lotta nel Partito, sui rapporti fra i segretari regionali e Pechino si deve ancora indagare».
Molte cose accaddero dal 15 apri­le fino alla notte fra il 3 e il 4 giugno. Il bilancio è ancora controverso, cen­tinaia di morti (secondo alcuni an­che migliaia), più la repressione suc­cessiva. Tentativi di dialogo, la mo­bilitazione della popolazione (non solo studenti, ma anche intellettua­li, operai, comuni cittadini), lo scio­pero della fame, la legge marziale. E, nelle stanze del potere, la divarica­zione fra i falchi, come il premier Li Peng che ottenne l’appoggio di Deng, e i fautori della linea morbi­da, come il segretario del Pcc, Zhao Ziyang, che venne esautorato e poi messo ai domiciliari fino alla morte (2005).
Molte cose accaddero, appunto. E la Tienanmen non fu uguale per tut­ti, anche dopo. Shao Jiang, più volte incarcerato, ha ammesso: «Come molti studenti, non fui picchiato con la ferocia riservata ai lavoratori. Loro soffrirono il peggio». Trascorsi 14 anni di carcere e 5 di libertà con­dizionata, Zhang Yansheng, uno di loro, ha potuto parlare: «Gli studen­ti non hanno patito gravi conse­guenze, tornarono nelle aule, li rie­ducarono lì. Noi operai fummo puni­ti duramente, come monito per lo­ro». È la voce di un’emarginazione in­nominabile. Secondo la Fondazione Dui Hua nelle carceri cinesi riman­gono una trentina di persone con­dannate per i fatti dell’89, un anno fa il Dipartimento di Stato america­no diceva tra 50 e 200: chi ne è usci­to porta con sé un corpo devastato e un passato di cui non si può parlare. Quando negli anni Novanta l’ex stu­dentessa Diane Wei Liang, diventata docente negli Usa, venne invitata in Cina per un corso di business admi­nistration, provò a parlare della Tie­nanmen ai suoi allievi: «Non era nei libri. Chi ne sapeva qualcosa cono­sceva solo la versione del regime. Agli altri non importava. Pensavano solo a far soldi». Bollati come controrivoluzionari, studenti e lavoratori del movimen­to proclamavano invece che «il pa­triottismo non è un crimine» e can­tavano l’Internazionale. Il mutismo delle autorità di Pechi­no sembra destinato a non incrinar­si neppure con la pubblicazione, in questi giorni, delle memorie di Zhao Zhiyang, un atto d’accusa ai vertici, una vendetta postuma. Un si­lenzio non privo di imbarazzi, come in una lettera al giornale di Hong Kong Ming Bao ha sottolineato Wang Dan, forse il più carismatico dei leader studenteschi, ora a Oxford: coloro che sostengono che la repressione militare fu la «giusta decisione» tacciono, anzi «non solo non è permesso criticarla, ma è an­che vietato elogiare il governo. Ra­gionate: se i leader pensano sul se­rio di aver ragione, perché evitano di affrontare l’argomento? Solo gli insicuri scansano i problemi …». Molte carriere politiche sono den­se di omissis. Il premier Wen Jiabao, uno dei più riformisti di oggi, com­parve accanto a Zhao che implorava gli studenti di lasciare la piazza. Un’espressione impietrita, quasi a dire: che ci faccio qui? «È stato mol­to abile a far dimenticare quella fo­to, Wen» dice Béja. Guidava lo staff del segretario generale del Partito, cioè Zhao, ed era lì in quel ruolo. Un funzionario, leale all’incarico più che alla persona del capo: «Non fece parte del gruppo che decise la legge marziale ma Wen per ricomparire avrà dovuto fare autocritica e si sarà difeso dicendo che aveva eseguito gli ordini. Non ha convinzioni politi­che forti e infatti non ha incarnato alcun new deal».
Vent’anni dopo si lambisce il para­dosso di constatare che certe riven­dicazioni della piazza sembrano sod­disfatte. «Non la richiesta di demo­crazia, però. Anzi, il sistema e la ri­flessione sulle riforme sono più che mai bloccati» avverte Béja. Wang Xiaodong, ricercatore presso un cen­tro di pedagogia che dipende dalla Lega della gioventù comunista, ha curato il recente bestseller «naziona­lista» La Cina è infelice (Unhappy China) e non può essere sospettato di avversione al si­stema: «Sì, il governo non ama che le gente parli dell’89. Ma in questi anni — dice al Corriere — la vita è migliorata, la libertà politica aumen­tata. Una parte delle richieste fatte dagli studenti di 20 anni fa sono sta­te realizzate, anche se certamente ci sono anche quelle non realizzate. Quindi forse i giovani non sentono l’importanza di quell’evento. Che il governo ne parli o no, non dipende dalla sua forza. Se ne discuterà se la società cinese sarà migliore, più tranquilla e parlare del 4 giugno non provocherà turbolenze. Franca­mente neanche adesso causerebbe disordini parlarne. Ma forse il gover­no ha altro a cui pensare».”

(da M.D.C., Tiananmen, un mistero lungo 20 anni, “Corriere della Sera”, 17/05/’09)

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