Tiananmen 20 anni dopo

Il 2009 segna 20 anni dalle manifestazioni e sit-in di studenti, operai  e contadini che per oltre un mese hanno occupato piazza Tiananmen nell’aprile – maggio 1989. Il movimento non violento chiedeva “più democrazia e meno corruzione” al Partito comunista che, avendo intrapreso alcune modernizzazioni economiche, resisteva ad attuare le riforme politiche.

Per settimane giovani da tutta la Cina hanno sostato nella piazza più grande del mondo, sostenuti dalla popolazione di Pechino e attendendo un’apertura e il dialogo con la leadership. Il 26 aprile il Partito, con un furioso editoriale sul Quotidiano del popolo, ha bollato il loro movimento come “contro-rivoluzionario”, mirante a rovesciare il sistema comunista, e per questo doveva essere dissolto. La notte fra il 3 e il 4 giugno di 20 anni fa, l’esercito “per la liberazione del Popolo” è intervenuto coi carri armati a “liberare” la piazza occupata da studenti e operai indifesi. Secondo organizzazioni internazionali (Croce Rossa e Amnesty International) oltre 2600 persone sono state uccise quella notte nella piazza e nelle vie adiacenti. Almeno 20 mila persone sono state arrestate nei giorni seguenti, mettendo fine al “sogno della democrazia”.

Personalità del Partito che avevano resistito all’ordine del massacro, sono state arrestate ed esautorate. Fra essi vi è Zhao Ziyang, all’epoca segretario generale del Partito e Bao Tong, suo collaboratore. Zhao ha vissuto agli arresti domiciliari per tutto il resto della vita, fino alla sua morte, il 17 gennaio del 2005.

Bao, dopo aver passato 7 anni in prigione, vive ancora oggi agli arresti domiciliari, col telefono controllato.

Nei giorni scorsi è stato pubblicato (in inglese e in cinese) un libro con le memorie di Zhao Ziyang, dal titolo “Prigioniero di Stato”. In esso – grazie a registrazioni segrete avvenute nella casa di Zhao ed elaborate all’estero – emergono alcune verità sul massacro di Tiananmen, sulle responsabilità del leader Deng Xiaoping, che nella sua “paranoia” temeva una rivoluzione giovanile; sulle responsabilità dell’ex premier Li Peng, che ordinò il massacro e sull’acquiescenza dell’allora sindaco della capitale Chen Xitong, che permise l’arrivo dei carri armati sulla piazza. Entrambi hanno appoggiato Deng solo per mire di carriera e di potere.

Da allora, il Partito ha cercato di cancellare la memoria del massacro, giustificandolo talvolta come “il male minore”, il prezzo pagato per garantire la “stabilità” e raggiungere lo sviluppo economico che ne è seguito.

Ogni anno, all’arrivo del 4 giugno, il silenzio sul massacro è di norma, i dissidenti vengono messi agli arresti e i controlli vengono aumentati. Ma ogni anno, soprattutto i genitori che hanno avuto i figli falcidiati dall’esercito, domandano al Partito di conoscere la verità sul bagno di sangue, su chi ha dato l’ordine, sul perché. Raccolti in un’associazione chiamata “Madri di Tiananmen” essi esigono che il Partito cambi la definizione di “controrivoluzionari” data ai loro figli defunti, per chiamarli invece “eroi” e “patrioti” perché, essi dicono, stavano lavorando per il bene del popolo cinese.

L’avvenimento del 4 Giugno segna uno spartiacque nella vita della Cina e del mondo. Per aiutare i giovani di tutto il mondo – anche i cinesi – a conoscere cosa è il “massacro di Tiananmen”, senza farsi manipolare dalle invenzioni del potere, AsiaNews presenta una serie di testimonianze offerte dai protagonisti di quei giorni. La memoria del passato serve a non ripetere gli errori nel futuro. Purtroppo la Cina sembra dirigersi in modi molto pericolosi verso una ripetizione amplificata di quel massacro. Questa volta le vittime sono operai, contadini, studenti, lavoratori migranti che a centinaia di milioni non godono del benessere creato dall’attuale sviluppo economico, segnato – proprio come 20 anni fa – dalla corruzione dei membri del Partito e dalla mancanza di democrazia e di dialogo.

In una verifica del cammino di questi 20 anni, vale la pena anche mettere in luce il legame fra movimento democratico e libertà religiosa. Nei primi anni dopo l’89, il braccio di ferro fra i dissidenti e il Partito è rimasto troppe volte a livello di rivendicazione economica o di particolare libertà individuale. Ma ormai in Cina si diffonde sempre più una cultura che mette al centro la persona e i suoi diritti inalienabili, valorizzando il potere dello Stato, ma non la sua dittatura autoritaria. Per questo salto è stato importante per alcuni dissidenti proprio l’esilio all’estero, il contatto con comunità cristiane occidentali, o la ricerca religiosa all’interno della Cina. Personalità come Gao Zhisheng, Han Dongfang, Hu Jia hanno scoperto la fede cristiana come la base del valore assoluto della persona, come la forza della loro dissidenza e della difesa dei diritti umani. Questo innesto fra impegno civile e libertà religiosa è uno dei frutti che fa più sperare per il presente e il futuro della Cina.

 

di Bernardo Cervellera

da Asia News

26/05/2009 10:43

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