The Epoch Times : Aung San Suu Kyi, la forza gentile

Davide Cavazza, The Epoch Times, 10.11.2013

«Avresti potuto andare via / Un canarino / In una gabbia aperta / Che volerà solo / Solo per la libertà».

Cantano così gli U2. È il 2000 e la band irlandese rende omaggio ad Aung San Suu Kyi dedicandole una canzone: Walk On [Vai Avanti]. Perché Suu Kyi è stata per tutta la sua vita «padrone del suo destino, capitano della sua anima», parafrasando Nelson Mandela. Lo ha fatto sempre con un protagonismo calmo e fermissimo.

Quando avevo diciannove anni, anche io volevo essere protagonista. Pensai di iscrivermi ad un partito politico. Volevo cambiare la società, dare il mio contributo. Incontrai Amnesty International, e quell’idea di libertà, di dignità e diritti, mi catturò. Aiutare iprisoners of conscience, persone che non avessero avuto altra colpa che esprimere il proprio pensiero, in maniera non violenta. E che per questo venivano private della libertà che sprigionavano.

La campagna che più è scolpita nella mia memoria è del 1991. La mobilitazione per la liberazione di Daw Aung San Suu Kyi, simbolo della repressione della Birmania. Figlia del generale Aung San, rimase orfana del padre, ucciso da avversari politici, quando aveva solo due anni. La madre Khin Kyi divenne una delle figure politiche di maggior rilievo in Birmania, sino a diventare ambasciatrice in India. Suu Kyi seguì la madre e frequentò scuole indiane e inglesi, conseguendo a Oxford la laurea in Filosofia, Scienze politiche ed Economia. Si trasferì poi a New York, dove lavorò per le Nazioni Unite e conobbe il suo futuro marito, Michael Aris, studioso di cultura tibetana. Lo sposò nel 1971, ed ebbero due figli, Alexander e Kim.

Quando tornò in Birmania nel 1988 per assistere la madre gravemente malata, il generale Saw Maung prese il potere e instaurò un regime militare, che tuttora comanda in Myanmar, come venne ribattezzata la Birmania. Influenzata dagli insegnamenti del Mahatma Gandhi e buddisti, e spinta dalla sua storia familiare e dal suo cuore a fare qualcosa per il proprio Paese oppresso, Suu Kyi entrò in politica fondando la Lega Nazionale per la Democrazia. Nemmeno un anno dopo le furono comminati gli arresti domiciliari. Il regime le concesse in alternativa di abbandonare il paese. Aung San Suu Kyi rifiutò.

Nel 1990 il regime militare indisse le elezioni, e la Lega Nazionale per la Democrazia di Suu Kyi vinse in maniera schiacciante. Sarebbe diventata primo ministro, se i militari non avessero annullato il voto e ripreso il potere con la forza. L’anno successivo, Aung San Suu Kyi vinse il Premio Nobel per la Pace, che non poté andare a ritirare di persona, come nessuna altra onorificenza che le fu attribuita, sino al 2012. Nel 1999 scelse ancora di resistere, pur nel dramma lancinante della malattia mortale del marito Michael, che non poté raggiungere. I militari non l’avrebbero fatta rientrare nel Paese.

«E lo so che fa male / E il tuo cuore si spezza / E tu puoi solo farcela / Vai Avanti», cantano gli U2.

Durante la mobilitazione, all’inizio degli anni novanta ho conosciuto personalmente Michal Aris, che veniva invitato dai Gruppi di Amnesty per fare sentire a Suu Kyi la nostra vicinanza. Conservo ancora il suo piccolissimo biglietto da visita, che racchiudeva un mondo in quel minimalismo. Mostrammo a Michael le nostre petizioni, le fotocopie con il volto della moglie, le azioni per contrastare dall’estero il regime dittatoriale birmano e per provare a restituire a Suu Kyi e alla sua causa la dignità che meritava. Gocce nel mare. Lui ci sorrise, ci incoraggiò e ci disse: «Andate avanti».

A seguito della pressante campagna internazionale per la liberazione di Suu Kyi, finalmente il 13 novembre 2010, è stata liberata. Il primo aprile 2012 ha ottenuto un seggio al parlamento birmano. Ma la Birmania non è ancora libera.

Di recente Suu Kyi si è recata a Roma e Bologna, città che le hanno conferito la cittadinanza onoraria nel 1994 e nel 2008. L’Università di Bologna le ha inoltre assegnato la Laurea Honoris Causa in Filosofia nel 2000. Per il suo impegno per i diritti umani ha ricevuto numerosissimi altri riconoscimenti, tra i quali spicca la Medaglia d’Onore del Congresso degli Stati Uniti.

A Bologna, Aung San Suu Kyi ha detto di non essere interessata a condannare ma alla riconciliazione. Nel suo discorso ha detto: «Le condanne tendono ad aumentare le difficoltà e ad alimentare l’odio e la paura. Non ho mai odiato i militari. Ma ora non è il tempo per l’amarezza. Abbiamo l’opportunità di andare avanti».

I diritti umani in Birmania sono stati per troppo tempo violati. Anche i monaci buddisti scesero in piazza per la libertà del loro Paese. Un gesto fortissimo, se si considera il proverbiale equilibrio dell’insegnamento buddista. Un gesto che ha scosso la coscienza di decine di migliaia di persone, che manifestarono al loro fianco. I monaci in corteo sfilarono anche ripetutamente davanti alla casa di Aung San Suu Kyi, per lanciare un messaggio al mondo.

Il presidente birmano, l’ex Generale Thein Sein ha promesso la liberazione di tutti i prigionieri politici, entro la fine dell’anno. Lo ha fatto anche per dare un immagine diversa del proprio Paese, sfruttando la presenza di Aung San Suu Kyi in parlamento. Ma le leggi repressive sono ancora in vigore. Saprà la Birmania finalmente recepire gli insegnamenti di Suu Kyi e di migliaia di dissidenti, ingiustamente discriminati, incarcerati e torturati per anni? Sapranno l’Europa e gli Stati Uniti fare sentire ancora più forte la loro voce? Sapranno le Nazioni Unite aiutare la Birmania in una via verso la Pace? E sapranno soprattutto i Generali cedere il passo e avviare un processo di pubblica ammenda e riconciliazione nazionale?

Nel 2011 il regista Luc Besson diresse un film che narra la sua storia, The Lady – L’amore per la libertà. Memorabile la scena di Suu Kyi che durante una manifestazione passa attraverso i fucili dei militari, che, intimoriti dalla sua statura morale, non osano premere il grilletto contro di lei. Tra quei fucili, palpitante con lei, sarà sempre il mio cuore.

Fonte: http://www.epochtimes.it/news/aung-san-suu-kyi-la-forza-gentile—124578

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