Teresa Moda, chiesta l’estradizione per le confezioniste cinesi sparite

La Procura generale ha emesso un mandato di arresto internazionale per le titolari dell’azienda dove nel 2013 morirono sette operai cinesi. Sono tornate in Cina prima della sentenza definitiva.

 

Le sorelle Lin all’uscita dal Tribunale dopo la sentenza di primo grado

Le sorelle Lin ora sono ufficialmente latitanti e l’Italia le sta cercando. La Procura generale presso la Corte di appello di Firenze ha emesso un mandato di arresto internazionale e ha presentato una formale richiesta di estradizione alla Repubblica popolare cinese per le due confezioniste Lin Youlan e Lin Youli condannate rispettivamente a otto anni e 6 mesi e sei anni e 10 mesi per omicidio colposo plurimo, omissione dolosa delle cautele anti-infortunistiche, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e incendio colposo in relazione al rogo del 1° dicembre 2013 nella confezione Teresa Moda nel quale persero la vita sette operai cinesi.

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Le due sorelle hanno lasciato l’Italia tra il processo di primo grado e l’appello. Lo hanno potuto fare perché per Lin Youli era stata la sentenza di primo grado a revocare il divieto di espatrio, mentre per la sorella Youlan era stato il Tribunale del riesame, nonostante il parere contrario della Procura di Prato, ad accogliere l’istanza di revoca presentata dall’avvocato difensore delle due imputate, Gabriele Zanobini. Lo stesso Zanobini ha detto di aver sentito al telefono le due sorelle dopo il 6 febbraio, quando la Cassazione ha confermato e reso definitive le condanne. Le due Lin gli hanno detto che avevano intenzione di tornare, ma sono passati più di tre mesi e non ci sono stati altri contatti.

Verosimilmente le sorelle Lin si trovano in Cina, forse a Wenzhou, e avranno voluto informarsi sulle procedure di estradizione. Dal 2015 esiste un trattato di estradizione tra l’Italia e la Cina, ma non è chiaro se sia prevista per il reato di omicidio colposo plurimo, quando l’imputato abbia già risarcito i familiari delle vittime.
Questa infatti è la condizione delle confezioniste. Già prima del processo di primo grado le

sorelle Lin si misero in contatto coi familiari delle vittime grazie alla mediazione del Consolato cinese di Firenze (che però non disse niente alle autorità italiane, lo scoprì la squadra mobile ascoltando le intercettazioni) e pagarono in Cina l’equivalente di 110.000 euro per ogni morto.

Il Tirreno,17/05/2018

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