Tensione Usa-Cina per il sistema antimissile THADD in Corea del Sud

La decisione annunciata oggi da Seul e Washington di dispiegare il sistema antimissilistico THADD in Corea del Sud contro la minaccia nordcoreana rilancia la tensioni tra Cina e Stati Uniti.
Questa mattina un comunicato congiunto del Ministero della Difesa sudcoreano e del Dipartimento Usa della Difesa ha reso nota l’intenzione di collocare in tempi rapidi il sistema Terminal High Altitude Area Defense presso una struttura delle forze armate americane in Corea del Sud: entro poche settimane, secondo indiscrezioni, la località sarà scelta e il sistema diventerà operativo l’anno prossimo. Il THADD può intercettare missili balistici ad altissima quota, dentro e fuori l’atmosfera.

Cina e Russia contro – La mossa è stata definita nel comunicato «difensiva» e finalizzata ad assicurare la sicurezza della Corea del Sud e del suo popolo, oltre a proteggere le forze militari dell’alleanza «dalla minaccia delle armi di distruzione di massa e dei missili balistici della Corea del Nord». Si afferma inoltre che «non sarà diretto verso alcun Paese terzo».
Immediata la reazione di Pechino: il ministero degli esteri ha espresso una risoluta opposizione e chiesto ai due Paesi di fermare l’iniziativa, chiedendo di non intraprendere «misure che complichino la situazione regionale» e «non fare nulla che danneggi gli interessi della sicurezza strategica cinese». Anche la Russia si oppone al dispiegamento dell’avanzatissimo sistema antimissilistico vicino ai suoi confini orientali.
Dal febbraio scorso Seul e Washington avevano iniziato discussioni formali in proposito, in seguito a nuovi test nucleari e missilistici effettuati da Pyongyang. Nonostante nuove sanzioni internazionali, la Corea del Nord ha continuato a sfidare al comunità internazionale con nuovi lanci missilistici, l’ultimo dei quali a fine giugno.

Kim nella black list Usa – La tensione è salita questa settimana anche per un altro motivo: Pyongyang ha minacciato di reagire a quella che ha definito una «aperta dichiarazione di guerra», ossia la decisione del Dipartimento del Tesoro Usa di inserire lo stesso leader Kim Jong Un nella lista nera di persone sottoposte a sanzioni individuali (oltre a 10 altri alti funzionari del regime e 5 agenzie statali) per violazioni dei diritti umani. È la prima volta che Washington mette direttamente nel mirino il leader nordcoreano, mentre sono inedite anche le sanzioni bilaterali sulla base degli abusi di diritti umani. In proposito, la Cina ha dichiarato la sua contrarietà a sanzioni unilaterali.

Schiavi nordcoreani anche in Europa? Ieri, infine, è emerso che l’Amministrazione Obama sta chiedendo ad altre nazioni di ridurre l’impiego di lavoratori nordcoreani al fine di tagliare l’accesso di Pyongyang a valuta estera. Gli attivisti dell’European Alliance for Human Rights in North Korea mercoledì scorso hanno sollevato il problema in un’ottica diversa: hanno biasimato che anche in Europa ci siano centinaia di lavoratori nordcoreani come “schiavi di Stato” il cui salario, per lunghissime ore di lavoro, viene incamerato al 90% dal regime. Questi individui si troverebbero soprattutto in Polonia e a Malta, ma avrebbero lavorato anche in altri Paesi dell’Unione. La maggior parte degli oltre 50mila lavoratori nordcoreani ipotizzati all’estero da un rapporto dell’Onu opera in Cina e Russia, oltre che in alcuni Paesi africani e del Medio Oriente.

Fonte: Sole24ore, 10 lug 16

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