Telefoni e Pc fabbricati in Cina costringono a obbedire alla censura

J. Philipp, E Levinter, Epoch Times | 20/01/2016
Se avete intenzione di acquistare un telefono o un computer prodotto da una società cinese, assicuratevi di leggere le clausole scritte in piccolo nei termini di servizio. Perché senza saperlo potreste metterci alla mercé della legge cinese.

Il Ceo Xiaomi, Lei Jin (S) con il vicepresidente della società Hugo Barra, durante un evento a New Delhi il 23 aprile 2015. Xiaomi richiede ai clienti di seguire i requisiti del regime cinese sulla censura. (Money Sharma / AFP / Getty Images)

Queste politiche infatti possono dare un’idea di ciò che sta per avvenire, dato che il governo cinese ha approvato nuove leggi che richiedono di imporre il suo marchio di ‘sicurezza nazionale’ anche all’estero.

Se si utilizza uno smartphone Xiaomi, per esempio, è probabile che inconsapevolmente si abbia accettato di «assumersi tutti i rischi e la piena responsabilità legale» nel non impegnarsi in attività che il regime cinese abbia vietato. Secondo le clausole quindi ci si autolimiterà senza saperlo, e non poco. In primo luogo, è fatto divieto di opporsi ai principi della Costituzione della ‘Repubblica Popolare Cinese’. Tanto meno è consentito rivelare segreti di Stato o sovvertire il Governo.

Se si crede in un Tibet libero, in una Taiwan indipendente o in una Hong Kong democratica, si sta quindi violando l’accordo utente Xiaomi, dal momento che diventa un «minare l’unità nazionale».

Bisogna fare inoltre attenzione se si è religiosi o dei tipi spirituali: l’accordo dice che bisogna seguire le regole di repressione del regime cinese sulla religione, e che non si può minare la sua «politica religiosa nazionale».

Se poi si scrive sul buddismo tibetano o sui cristiani, è possibile infrangere le regole riguardo a ciò che il governo cinese definisce «sette». Non si può scrivere su qualsiasi credenza che sia conosciuta come «superstizione».
Quando si tratta di notizie e politica, l’accordo vieta di «diffondere voci». Questo di solito significa che non si può parlare di cose che non si allineino alle agenzie di stampa ufficiali del regime cinese, e che sono state preventivamente approvate dallo Stato.

Inoltre, senza saperlo si concede a Xiaomi il «diritto di accesso» al proprio account. Ma non solo Xiaomi ha questi requisiti. Società tecnologiche cinesi, tra cui Huawei, Foream, Condenatcenter, Adbox e Decathlon hanno accordi utente simili.

Ci sono alcune differenze però: con Decathlon, ad esempio, non si è autorizzati a rilasciare tutto ciò che possa «danneggiare la reputazione delle organizzazioni governative».

In effetti, il testo nell’accordo è lì da qualche tempo. Secondo gli archivi del sito Xiaomi, le parti che vietano la discussione sulle «sette» e «superstizioni», e i requisiti per rispettare la costituzione del regime cinese, sono state aggiunte nell’ottobre 2014.

Le cose più preoccupanti, tuttavia, sono, in primo luogo quello che queste norme esistenti significano per le nuove leggi vincolanti sulle società tecnologiche straniere che operano in Cina, e in secondo luogo, le nuove leggi per l’esportazione della ‘sicurezza nazionale’ della Cina all’estero.

Lo scrittore tedesco Christoph Rehage potrebbe essere una delle prime vittime di queste politiche all’estero. Nel mese di dicembre, ha caricato un video su YouTube in cui definisce il fondatore del Partito comunista cinese, Mao Zedong, «L’Hitler della Cina».

Un sito web della Lega della Gioventù Comunista chiede che Rehage venga punito per aver violato la legge cinese, pur vivendo ad Amburgo. Essi sostengono che Rehage, che parla cinese, abbia prodotto il video per diffonderlo in Cina, e questo, affermano, mina la sovranità di internet.

Sebbene sia poco probabile che Rehage venga estradato, le minacce di questo tipo stanno diventando sempre più serie e concrete.

Recentemente, uno scrittore di Hong Kong che scrive libri di gossip sui leader cinesi, è scomparso insieme a quattro suoi colleghi. Il fatto potrebbe essere correlato a un cambiamento nella politica cinese, iniziato il 1° luglio 2015, quando il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo (Npc) ha approvato la ‘Legge sulla sicurezza nazionale’.

La nuova legge sottolinea che «la Cina deve proteggere i propri interessi di sicurezza nazionale in tutto il mondo», e secondo il The Diplomat «interesserà quasi tutti i settori della vita pubblica in Cina; il mandato della legge riguarda la politica, l’esercito, la finanza, il cyberspazio, e persino l’ideologia e la religione».

Accanto alla legge sulla sicurezza nazionale, è stata approvata un’altra legge in data 27 dicembre 2015, denominata ‘Legge antiterrorismo’.

La legge antiterrorismo è particolarmente controversa perché richiede alle imprese hi-tech straniere di collaborare con le indagini del regime cinese. E il suo stile di ‘lotta al terrorismo’ è molto differente da quello occidentale.

Il Pcc ha una propria definizione di ‘terrorismo’, che comprende «ogni pensiero, parola, o attività che, per mezzo della violenza, sabotaggio o minacce, ha l’obiettivo di creare panico sociale, influenzare la politica nazionale, creare odio etnico, sovvertire il potere dello Stato, o dividere lo Stato». In altre parole, per un verso include il terrorismo, ma dall’altra parte rende anche illegale il «pensiero» e il «discorso», se quei pensieri o parole sfidano il governo del Pcc.

Tutte le società che intendono fare affari in Cina devono rispettare queste regole. La politica del regime cinese è ancora nella sua fase iniziale, ma se è vero che i contratti con gli utenti delle aziende cinesi ci dicono qualcosa, tutti potremmo presto sottostare alle richieste di un governo totalitario o, come Xiaomi avverte, dovremo «assumerci tutti i rischi e la piena responsabilità legale».

Fonte: EpochTimes, http://epochtimes.it/n2/news/i-dispositivi-fabbricati-in-cina-costringono-a-obbedire-alla-censura-3245.html

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