Tanto silenzio e nulla di fatto al plenum del Partito

Il 4° Plenum del 17° Comitato centrale del partito si è concluso in sordina come era iniziato. Non vi è stata la tanto attesa nomina di Xi Jinping a vice-direttore della Commissione militare centrale, non vi è stata nessuna conferenza stampa finale, né alcuna dichiarazione da parte di qualcuno dei circa 400 partecipanti. Unico segno del lavoro svolto dal 15 al 18 settembre è uno striminzito comunicato della Xinhua, che promette maggiore democrazia all’interno del partito; maggior impegno nella lotta contro la corruzione; sostenere la stabilità economica; migliorare l’armonia etnica.

La notizia più importante è la mancata nomina di Xi Jinping. Tutti gli osservatori pensavano che il suo percorso sarebbe stato lo stesso di Hu, che nel 4° Plenum del Comitato centrale, nel 1999, divenne vice-direttore della Commissione militare, spianando la sua strada a divenire presidente della repubblica e segretario del partito. La mancata nomina è forse segno di una divisione nel partito, o di un non raggiunto consenso, anche se Xi sembra essere apprezzato da tutte le fazioni, quella di Hu, di Jiang Zemin, dei vecchi e dei “principini”, i figli dei grandi del passato. E in effetti, sembra che all’interno del plenum gli sia stato dato molto spazio nello spiegare a tutti gli intervenuti un documento del partito sulla famosa democrazia interna. In esso si sottolinea che sarà dato ascolto a tutti i problemi, lagnanze, denunce che i membri del partito esprimeranno.

Ma non si comprende ancora se questa “democrazia interna”  prevede elezioni dirette dei quadri e delle cariche.

Anche le altre “promesse” soffrono della stessa vaghezza: l’impegno contro la corruzione viene preso ogni anno, ma il numero di quadri che sono presi con le mani nel sacco aumentano ogni anno (non così quelli condannati dai tribunali, che sono un’infima parte). La campagna per la stabilità economica ha puntato sui prestiti alle banche, ma poco all’innalzamento della domanda interna, migliorando le condizioni di vita degli abitanti. Anche il miglioramento dell’armonia etnica si scontra con le notizie quotidiane di tensioni nello Xinjiang e nel Tibet, dove vi è più una colonizzazione, che un’armonia costruita.

A 60 anni dalla fondazione della Repubblica popolare cinese e della sua supremazia, il partito comunista sembra sempre più interessato non a rispondere ai bisogni della popolazione, ma a mantenere il potere e a eliminare ogni interlocutore.

Ieri, in uno dei tanti incontri per celebrare i 60 anni, Hu Jintao ha di nuovo predicato per una migliore “armonia fra gruppi etnici e religiosi”, “rafforzare la solidarietà” “risolvere le contraddizioni”, “portare avanti la democrazia”. Ma ha subito precisato che non si tratta di “copiare i modelli occidentali”, ma di attuare un sistema con “caratteristiche cinesi”, in cui è sempre salva la “supremazia del partito comunista”, cioè di se stessi.

Fonte: AsiaNews, 21 settembre 2009

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