Suicidi alla Foxconn: i parenti chiedono risarcimenti alla ditta

La ditta Foxconn insiste che l’ondata di suicidi tra i suoi operai (13 suicidi tentati e 11 morti solo nel 2010) è esito di problemi sociali e non delle condizioni alienanti di lavoro e rifiuta di risarcire i parenti delle vittime. Ma questi insistono perché siano accertate le responsabilità. L’opinione pubblica si interroga sul modello di sviluppo cinese.

La ditta di Taiwan, leader mondiale per manifatture elettroniche e parti di computer, insiste che nella fabbrica di Longhua (Shenzhen) le condizioni di lavoro sono le stesse che in tantissime aziende in Cina.  Un suo portavoce ha espresso “comprensione” per la grave perdita delle famiglie dei suicidi e ha offerto “una decente consolazione pecuniaria”, ma ha chiarito che “noi non abbiamo infranto nessuna legge. Noi non pagheremo nessun risarcimento”.

Le vittime sono giovani provenienti dalla povera Cina rurale, venuti a cercare un futuro migliore per loro e per le famiglie, ora rimaste senza il principale sostentamento. I loro parenti insorgono, dicono che seppure i suicidi avvengono nelle fabbriche di tutto il Paese, questo non elimina la responsabilità della Foxconn, viste le condizioni di lavoro (turni di 12 ore consecutive con 30 minuti per mangiare e 10 minuti per andare al bagno, proibito persino parlare tra gli operai, una rigida disciplina quasi militare anche nei dormitori e a mensa, divieto di discutere gli ordini dei superiori e severi rimproveri pubblici) e la catena di suicidi.

La legge cinese prevede l’obbligo di risarcimento per gli infortuni sul lavoro ma non ci sono previsioni specifiche per i suicidi. Nel 2009 la ditta offrì 300mila yuan ai genitori di Sun Danyong, suicida dopo essere stato sospettato di avere rubato un prototipo iPhone.

Ora la Foxconnpromette aumenti di stipendio intorno al 20% a 200mila dei 400mila operai della fabbrica. Ma analisti osservano che dietro questi poveri suicidi si sta giocando una partita ben maggiore: sotto accusa è il sistema cinese con le autorità e le multinazionali che fondano la propria ricchezza sullo sfruttamento di operai migranti trattati come animali per paghe misere (il salario alla Foxconn è circa 900 yuan al mese, circa 90 euro).

Pechino lo sa e corre ai ripari: da ieri presso la ditta opera un gruppo guidato da Yin Weimin, ministro per le Risorse umane e la sicurezza sociale, per accertare le cause dei suicidi. Anche il municipio di Shenzhen ha inviato un team ispettivo. Intanto l’Ufficio per il Lavoro e la sicurezza sociale e il Sindacato unitario cinese parlano di creare uffici locali per affrontare il disagio dei giovani operai. Nessuna autorità parla di rivedere condizioni e orari di lavoro. In più, il governo cinese ha chiesto a tutti i media cinesi di abbassare i toni dei reportage sulle condizioni di lavoro alla Foxconn e di ridurre lo spazio che si dà alle notizie sui suicidi.

Intanto a Taipei attivisti pro-diritti manifestano davanti al quartier generale della Foxconn: chiedono condizioni di lavoro più umane per gli operai cinesi.

Fonte: Asianews, 29 maggio 2010

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