Strategia cinese per Clinton

L’arrivo ieri a Pyongyang dell’ex presidente americano Bill Clinton appare un nuovo passo di riavvicinamento strategico con la Cina. Infatti, prima ancora che sperare di ottenere un qualche risultato significativo con la coriacea Corea del nord, il viaggio di Clinton è un gesto conciliatorio dell’amministrazione Usa verso Pechino, che da sempre rifiuta l’idea di un pericoloso confronto duro con Pyongyang.

Inoltre il viaggio è denso di significati politici e simbolici. Clinton sarebbe dovuto andare a Pyongyang alla fine del suo secondo mandato presidenziale, nel 2000, a coronamento di un accordo di disarmo nucleare.

L’accordo non ci fu, Clinton non partì ma soprattutto il suo successore George Bush, all’inizio del suo mandato, nel 2001, rinnegò la politica di apertura verso il nord, la sunshine policy, promossa dall’allora presidente sudcoreano Kim Dae-jung e sostenuta da Pechino.

Oggi il mandato ufficiale di Clinton è estremamente limitato e preciso: ottenere la liberazione delle due giornaliste statunitensi condannate come spie a 12 anni di lavori forzati per avere sconfinato in Nord Corea.

Le giornaliste, Laura Ling, di 32 anni, e Euna Lee, di 36, furono arrestate da soldati del Nord il 17 marzo al confine con la Cina. Sono state poi condannate (a 12 anni di lavori forzati Ndr)a giugno per “avere commesso atti ostili contro la nazione coreana e ingresso illegale”.

La condanna pesantissima è, secondo esperti cinesi, proprio un’esca per spingere gli Usa a trattare direttamente e ad alto livello. Se Clinton ottiene la liberazione delle due donne l’amministrazione avrà materiale per chiedere all’opinione pubblica interna passi più conciliatori con Pyongyang.

D’altro canto la missione avviene a meno di una settimana dalla fine del G2, i colloqui strategici Usa-Cina di Wahington. Al G2 oltre al vice premier Wang Qishan, responsabile del dossier economico, c’era anche il suo quasi pari grado, il consigliere di stato Dai Bingguo, responsabile degli esteri.

Dai è stato l’uomo che con l’ambasciatore americano Joseph DeTrani ha gestito in prima persona l’avvio e la crescita del colloqui a sei sul Nord Corea. Dai ha continuato a seguire direttamente il dossier Nord Corea, cosa che da Pechino implica un rapporto diretto e costante con l’amministrazione americana.

Di certo a Washington cinesi e americani hanno parlato molto di Nord Corea e hanno concordato questa missione.

Pyongyang d’altro canto chiedeva un rapporto diretto e di alto livello con gli Stati uniti, senza una presenza cinese. Gli Stati uniti però sono stati spesso restii a questi contatti senza Pechino per timore che Pyongyang poi crei un gioco delle tre carte, come è avvenuto spesso in passato.

Cioè Pyongyang dice una cosa agli americani e un’altra ai cinesi, e quindi specula ad approfondire le differenze e gli attriti tra i due grandi per fare avanzare la sua agenda politica, che in questo caso è ottenere aiuti alimentari senza cedere sul disarmo nucleare.

Clinton dovrà comunque quantomeno tastare il terreno proprio sullo scottante dossier nucleare. In questo caso il fattore tempo non è indifferente. La stagione del freddo a Pyongyang inizia da metà ottobre, la Cina fornisce il 90% dell’olio pesante, per riscaldamenti ed energia del paese, che per il resto usa il carbone.

Di fatto Pyongyang ha due mesi per fare concessioni sul disarmo, dopo con il freddo, come forma di ritorsione i rifornimenti cinesi potrebbero scarseggiare o non essere così puntuali, lasciando al freddo e al buio Pyongyang.

Questo il vero tallone di Achille del Nord Corea, che nell’ultimo decennio è diventata dipendente per il 70% del suo commercio dalla Cina. Questa è una grande forza di leva e di ricatto per la Cina.

Pechino, anche nell’uso della forza, preferisce infatti la “politica della vite”, pressioni costanti, lente ma continue, contro quella che in Cina chiamano la “politica del chiodo” americana: un chiodo che deve essere infilato con un solo colpo di martello netto nel muro.

Nei fatti, pensano a Pechino, la politica del chiodo è difficile da attuare. Ci sono moltissime possibilità che con un solo colpo e scarsa conoscenza del muro dove si va ad agire, il chiodo si spezzi o si pieghi, diventando poi un nuovo ostacolo alla soluzione dei problemi. Con avvitamenti graduali invece si può invece dosare forza e direzione, aggiustando quando bisogna.

La missione Clinton sembra così l’inizio della conversione americana alla dottrina della vite cinese, cosa che potrebbe avere ricadute anche su altri teatri strategici.

Fonte: La Stampa, 5 agosto 2009

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