STORIA. La Cina di Mao: 10 novembre 1965 [Video]

Mezzo secolo fa, il 10 novembre del 1965, la storia di un antico mandarino innescò la «rivoluzione culturale cinese», destinata a diventare un falso mito di libertà per gli studenti sessantottini europei ed anche un complesso movimento politico che finirà con lo sconvolgere la Cina per oltre un decennio, tra congiure e delitti di sangue per la conquista del Potere.

Quando il 10 novembre del 1965, il quotidiano di Shanghai «La rassegna» pubblicò un articolo del suo redattore capo Yao Wenyuan non era facile immaginare cosa avrebbe prodotto quella che sembrava una critica ad un’opera storico- teatrale. Membro del gruppo estremista che poi sarebbe stato chiamato la «Banda dei quattro», Yao Wenyuan attaccava nell’articolo il vicesindaco di Pechino Wu Han, storico non comunista, per il dramma «La destituzione dei Hai Jui», storia di un funzionario imperiale del XVI secolo che fu rimosso dalla carica perché aveva osato criticare l’imperatore.

Il lavoro di Wu Han presentava il mandarino Hai Jui come un difensore dei contadini. È ormai certo – tramontato il falso mito buono sulla rivoluzione culturale – che l’attacco al vicesindaco fu ispirato dallo stesso Mao Zedong attraverso la moglie Jiang Qing, perché nel dramma non era difficile intravedere una possibile allusione allo stesso Mao nella persona dell’imperatore ingiusto e dispotico e leggere il personaggio di Hai Jui come un omaggio a Peng Dehuai, il ministro della difesa allontanato nel 1959. Non era comunque il solo Wu Han l’obiettivo della campagna di critica cominciata con quell’articolo.

Nel mirino c’erano il sindaco di Pechino Peng Zhen, membro dell’ufficio politico del Partito comunista, ed ancora più in alto lo stesso presidente della repubblica Liu Shaoqi. L’articolo di Yao Wenyuan fu ripreso dalla maggior parte dei giornali di tutta la Cina. Lo stesso Mao propose la sua pubblicazione in un opuscolo da diffondere ovunque.

La campagna andò avanti e coinvolse in un primo tempo non solo Wu Han e i suoi amici Deng Tuo, segretario del comitato di partito di Pechino e Liao Mosha, capo della sezione propaganda del comitato del Pcc della capitale (additati alla «critica delle masse» come «cricca antipartito» ed espulsi dal partito), ma anche la tomba del povero mandarino, che finì per essere distrutta dalle «guardie rosse», un movimento che assunse in diversi casi aspetti xenofobi.

Fu solo negli anni ottanta, dopo la morte di Mao nel 1976 e l’emergere di giudizi sempre più critici sulla «grande rivoluzione culturale proletaria» – vista nella sua dimensione storica di ferocia e non più di emancipazione – che anche la tomba del povero Hai Jui fu ricostruita con la sua stele. Wu Han, Deng Tuo e lo stesso Liu Shaoqi, morto in carcere di stenti, ebbero una riabilitazione postuma nel 1979. In quanto a Yao Wenyuan, l’autore dell’articolo, il 25 gennaio 1981 venne condannato a venti anni di reclusione dai giudici del processo contro la «Banda dei quattro», e sarà l’unico membro a scontare la sua pena sino a morire in carcere, il 6 gennaio 2006, di diabete a 74 anni.

Oggi, a mezzo secolo di distanza da quell’articolo che segnò l’inizio di una falsa illusione, la rivoluzione culturale, in realtà segnata da tirannia e violenze, le principali tappe di quell’evento cinese destinato a influenzare anche parte del mondo occidentale, restano stampate sui libri di storia. 1965, 10 novembre, il giornale di Shanghai, «La rassegna» (Wenhuibao), pubblica l’articolo-recensione che nel complicato linguaggio politico cinese voleva difendere Mao Zedong. 16 maggio 1966: lancio ufficiale della «grande rivoluzione culturale proletaria» tramite una circolare del Comitato centrale che denuncia i «rappresentanti della borghesia che si sono intrufolati nel nostro partito». 1 giugno 1966: Mao ordina la diffusione di un tazebao da affiggere sui muri dell’università di Pechino che denuncia il tentativo da parte delle autorità universitarie di opporsi alla rivoluzione.

Inizia il movimento delle «guardie rosse». 5 agosto 1966: Mao pubblica il suo tazebao «Bombardate il quartier generale!», attaccando il principale rivale Liu Shaoqi che verrà espulso dal partito nel 1969. Le guardie rosse seminano violenze, torture, morti e distruzione. 18 agosto 1966: un milione di guardie rosse si schierano a piazza Tiananmen a Pechino davanti a Mao Zedong. 1967: con la benedizione di Mao, le «fazioni ribelli» si impadroniscono del potere a Shanghai.

Il paese precipita nella guerra civile e regna l’anarchia. Luglio 1968: squadre di propaganda formate da operai e soldati vengono inviati in tutta la Cina per mettere in riga le guardie rosse. L’esercito prende il controllo della situazione. Aprile 1969: il IX Congresso del partita comunista sancisce la fine delle guardie rosse. La moglie di Mao, Jiang Qing, membro della «Banda dei quattro», viene nominata membro dell’ufficio politico. Novembre 1969: Liu Shaoqi muore in prigione, per mancanza di cure mediche adeguate. 13 settembre 1971: Lin Biao, designato come delfino di Mao nel 1969, muore in un misterioso incidente aereo in Mongolia, dopo essere stato accusato di aver fomentato un colpo di stato. 8 gennaio 1976: muore Zhou Enlai, il primo ministro che aveva criticato l’estrema sinistra nel 1972. 9 settembre 1976: muore Mao Zedong. 6 ottobre 1976: la «Banda dei quattro» viene arrestata. I membri sono Jiang Qing (vedova di Mao), Yao Wenyuan, Zhang Chunqiao e Wang Hongwen. Morti, potere, violenze, torture. E tutto a cominciare da un articolo. Mezzo secolo fa.

Fonte: Il Tempo.it

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Mao: La presa del potere.

English Article,History.comCULTURAL REVOLUTION

 

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