Stop alla piaga del lavoro forzato

La schiavitù è un business planetario, paragonabile al traffico della droga e delle armi, che porta a chi la pratica decine di miliardi di dollari ogni anno. In Cina esistono più di mille campi di concentramento dove, da 3 a 5 milioni di uomini, donne e bambini sono costretti a lavorare fino a 16-18 ore al giorno per produrre ogni tipo di merce a vantaggio del regime cinese e di numerose imprese nazionali ed internazionali che investono o producono in Cina.  Nei laogai sono internati con gli oppositori politici, monaci tibetani, dissidenti, sacerdoti e vescovi cattolici, insieme a criminali comuni. Il numero esatto dei campi laogai e dei prigionieri degli stessi è “Segreto di Stato” nel paese asiatico. Per evidenziare la stretta connessione che esiste tra produzione economica e luogo stesso di produzione forzata, questi campi sono conosciuti spesso attraverso due nomi: uno come prigione ed uno come impresa commerciale. La gran parte della produzione di questi campi di lavoro finisce all’export e anche nei nostri porti per entrare successivamente nella rete della distribuzione nazionale italiana.  La comunità internazionale, dopo aver approvato una Convenzione Internazionale contro la Schiavitù nel 1926, attraverso l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha anche fatto sue numerose convenzioni contro il lavoro forzato e quello minorile (n.29. n.105, n.138 e n.182)  controfirmate da almeno 150 paesi. Nel nostro ordinamento giuridico abbiamo una legge , la n.274 del 1934, che vieta espressamente il lavoro forzato nelle fabbriche e nei laboratori artigiani. Purtroppo queste norme non sono state ribadite negli accordi  WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) e sono oggi sistematicamente ignorate da Pechino, che oltre ad esse  non rispetta neanche le numerose convenzioni internazionali sottoscritte dalla maggior parte dei Paesi del mondo che prevedono l’abolizione della tortura e la difesa dei diritti civili, politici e sociali del cittadino. Anche l’Italia, purtroppo, non è estranea alla pratica del lavoro forzato. Spesso leggiamo della scoperta di laboratori clandestini cinesi, dei veri e propri lager, negli scantinati delle nostre opulente città. In questi “laogai italiani”, gli operai ma anche tanti ragazzi e bambini  sono costretti a lavorare con ritmi disumani, in contesti di scarsa o inesistente  igiene e sicurezza. Si prendano ad esempio i laboratori clandestini di Prato e di altre città nei quali si realizza una vera e propria riduzione in schiavitù di immigrati clandestini cinesi.  Prato ospita attualmente 3.400 aziende manifatturiere orientali che contano circa 40.000 addetti tra cui 30.000 clandestini. Queste imprese producono 1 milione di capi d’abbigliamento, “made in Italy”, al giorno. I datori di lavoro spesso mantengono i loro dipendenti  senza tutele nè garanzie,  nel luogo di lavoro, dove mangiano ed alloggiano, costringendoli a ripagare, con il loro lavoro, una sorta di debito per l’ingresso in Italia, l’impiego e l’alloggio ottenuti. Tale attività rappresenta due miliardi di euro di giro d’affari all’anno, per almeno il 50% realizzato in nero, evadendo tasse e contributi. Nel solo anno 2009 la fetta di ricchezza trasferita da Prato in Cina, in liquidi e mediante i money transfers, ha superato i 464 milioni di euro. Questo traffico di esseri umani e la loro riduzione in schiavitù è, spesso, gestito dalla criminalità organizzata come è stato denunciato dall’ex prefetto di Prato Eleonora Maffei, dal procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi ed il suo collega di Prato, Piero Tony. Anche la giornalista Silvia Pieraccini ha sottolineato lo sfruttamento umano di decine di migliaia di clandestini, durante il suo intervento al Convegno sulla proposta di legge contro l’importazione e il traffico dei prodotti del lavoro forzato, organizzato a Firenze dal gruppo Epolis e dalla Laogai Research Foundation, il 16 giugno scorso. In Italia risiedono regolarmente 117.773 persone di origine cinese. Le province che contano il maggior numero di residenti sono Milano (14.793), Prato (11.263), Roma (7.893), Firenze (7.549), Torino (6.480). Il numero di imprese di proprietà cinese in Italia sono quasi 50.000 soprattutto in Lombardia (10.129 imprenditori), Toscana (9.840), Veneto (5.798), Emilia Romagna (5.035), Lazio (4.587). Al Sud, invece, la presenza più consistente è in Campania (2.522). Per quanto riguarda i settori, i preferiti dagli investitori orientali sono il commercio (40,3%) e il manifatturiero (32,1%). Nel 2008 le rimesse dall’Italia all’estero hanno raggiunto i 6 miliardi di euro, di cui 1,5 miliardi verso la Cina.  Con un tale enorme business, e se solo a Prato vi sono 30.000 lavoratori clandestini cinesi, quante decine di migliaia di sfruttati cinesi abbiamo realmente in Italia? Ma non è solo l’aspetto etico quello che deve far riflettere quanti hanno deciso di tenere gli occhi chiusi su questo drammatico problema. In ballo non ci sono infatti solo i diritti di chi aspira ad una vita migliore, ma anche gli effetti devastanti sull’economia italiana , occidentale e mondiale con le inevitabili conseguenze provocate da delocazzazioni, bancarotta, ricorsi esasperati agli ammortizzatori sociali,  disoccupazione e indebitamenti dei governi.  A noi non resta che chiedere, nel rispetto della democrazia e degli accordi commerciali tra paesi sovrani, che vengano riconosciuti i diritti di tutti, e per il nostro Paese in particolare, chiediamo una severa applicazione delle leggi, destinando al tempo stesso risorse alle forze di polizia per farle rigorosamente rispettare. La Laogai Research Foundation, insieme ai primi firmatari l’On Pagano (PDL) e l’On Sposetti (PD), ha recentemente presentato una proposta di legge sul “divieto del commercio e della importazione di merci prodotte mediante l’impiego del lavoro forzato” poichè la legge italiana vieta, dal 1934, il lavoro forzato, ma non l’importazione ed il commercio dei prodotti che ne derivano, come non è espressamente vietato stipulare accordi commerciali con imprese che si avvalgono del lavoro coatto. Nella proposta sono previste gravi sanzioni fino a un milione di euro, la confisca dei prodotti e dei macchinari e l’arresto degli incriminati. È anche prevista l’istituzione di un Albo Nazionale dei prodotti realizzati senza l’impiego del lavoro forzato. Tuttavia ciò che occorre è la volontà politica ed il coraggio di affrontare questa piaga del lavoro forzato e del lavoro minorile in Cina, in Italia e nel mondo, ricordando che il discorso della globalizzazione impone anche  regole fondamentali per il rispetto della vita e dei diritti fondamentali dell’uomo.
Toni Brandi

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