Statistiche cinesi sempre meno attendibili

La Cina ha annunciato a luglio di avere ripreso la crescita economica, stimata pari all’8%, affermando così che inizia a uscire dalla crisi finanziaria globale. Ma gli esperti hanno esaminato con attenzione i dati dell’affermata ripresa, scoprendo molte evidenti inesattezze.

Nei giorni scorsi l’Ufficio nazionale di statistica ha indicato che il Prodotto interno lordo del Paese è stato pari a 13,99mila miliardi di yuan nel primo semestre 2009. Ma i dati annunciati dalle 31 province e municipalità in cui la Cina è divisa mostrano un Pil totale di 15,38mila miliardi, ben maggiore del dato degli uffici centrali.

Il risultato non è nemmeno eccezionale, dato che l’economista Sun Mingchun ricorda che nel 2004 i dati di tutte le 31 province mostravano un tasso di crescita superiore a quello nazionale.

Gli stessi cinesi riconoscono che fin dai tempi di Mao per la carriera dei funzionari locali è essenziale mostrare un rapido sviluppo della zona governata. Cosa che porta molti funzionari a comunicare dati maggiori del reale, spesso corrispondenti alla crescita programmata da Pechino come ottimale. Il fenomeno è talmente diffuso che a giugno Pechino ha approvata una legge che punisce i funzionari pubblici che forniscono statistiche con dati falsi o addirittura inventati.

Gli esperti sono scettici pure sul tasso di disoccupazione. Notano che da 7 anni oscilla tra il 3,9% e il 4,3%, nonostante i grandi cambiamenti avvenuti nel Paese e nell’economia mondiale.

Nell’attuale periodo di crisi, c’è la massima attenzione per i risultati dei Paesi leader: una maggiore crescita in Cina ha conseguenze importanti sulle borse e i commerci mondiali. Così gli analisti hanno esaminato con grande attenzione i dati dell’annunciata ripresa economica. E hanno scoperto l’estrema difficoltà a qualsiasi analisi critica che non si limiti a recepire il dato globale, anche considerato che la Cina fornisce assai poche notizie specifiche. Ad esempio, non è chiaro come siano stati utilizzati i 4mila miliardi di yuan destinati da Pechino a finanziare l’economia in crisi, come pure si ignorano gli effettivi risultati per il mercato del lavoro. Si ignora persino se parte della somma sia stata utilizzata per speculazioni finanziarie e immobiliari, o se ne abbiano beneficiato soprattutto imprese statali inefficienti.

L’assenza di notizie rende il dato poco utile. Ad esempio, in materia di opere pubbliche, spesso non è specificato se gli investimenti siano considerati al momento che sono stati decisi ovvero quando sono stati erogati.

Da tempo esperti hanno rilevato come poco credibile che Pechino fornisca i dati entro un paio di settimane dalla fine del periodo, quando ad altri Paesi, come gli Usa, occorre almeno un mese. Ora concludono che la Cina deve fornire dati certi e verificabili, se davvero vuole avere un ruolo centrale nella finanza globale. Altrimenti quanto dice sarà preso con sempre maggiore scetticismo.

Fonte: AsiaNews, 6 agosto 2009

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