Sostenere il Tibet per sostenere noi stessi

Un altopiano asiatico che al tempo del suo splendore era una riserva naturale, un oasi geografica di estrema bellezza, un luogo incontaminato da tutto e con in se le risorse più importanti della Terra, questo era il Tibet. È stato fondamentale per secoli nello scacchiere geopolitico asiatico visto il suo posizionamento ideale che ne faceva un cuscinetto tra India e Cina; situato ad una quota di 4500 metri, difeso a sud dalla barriera dell’Himalaia e ad ovest dalla catena del Karakorum, un labile confine per due mondi che si incontrano, quello degli ottomila per chi si fa azione sulle vette e quello delle sacre montagne, come il Kailash, per chi cerca contemplazione; sostentato dai fiumi Yang-Tze, Huang-He, Indo, Mekong e dai suoi 1500 laghi naturali, costituisce il serbatoio idrico più importante dell’Asia intera; il suo sottosuolo è ricco di minerali come l’oro, il rame e l’uranio; foreste millenarie di betulle e conifere e più di 100.000 specie di piante diversissime, lo rendevano un polmone verde fondamentale a tutto l’ecosistema; diversissime e rarissime specie viventi, dai cobra reali ai leopardi delle nevi, dai panda rossi alle gru con collo nero; e ancora yak, bovini dal pelo lunghissimo che pascolano nelle valli tibetane, zong, tigri bianche, splendide creature che popolavano questo regno incantato. I tibetani vivevano in piena sintonia e con rispetto, in questo paradiso di flora e fauna donato dalle loro divinità; ciò sia quando erano un potente esercito che terrorizzava l’Oriente, sia quando accettarono la sublime sfida dell’avatara di Vishnu, Buddha Sakyamuni, divenendo così monaci-guerrieri e sostituendo al campo di battaglia, una guerra più ardua e sottile, quella interiore, dentro se stessi.

Un fiorire di saggezza, tra arti e letteratura, tra riti sciamani e austerità di vita monastica nei gompa; il Grande Tibet e l’Impero Celeste della Cina, in più di 600 anni hanno intrecciato più volte la loro storia e la loro cultura, tra scontri ed incontri, tra dinastie e teocrazie; il risultato di questi contatti è stato un pullulare di esperienze sacre e mistiche, tra tantrismo, lamaismo, buddismo, tra mantra e formule magiche, tra agopuntura e medicine tradizionali, tra sacro zodiaco e culto degli antenati, tra deità terrifiche e benefiche; il tutto svolto in assoluto rispetto dell’Armonia del Tao. Insomma, la stessa sintesi che da noi ha fatto incontrare e scontrare il mondo pagano con quello cristiano, il mondo nordico con quello mediterraneo, il mondo arabo con quello cattolico e che ha così creato le migliori genialità in tutti i campi dello scibile, imponenti architetture, musiche immortali, arti prossime al divino, opere magnifiche, patrimoni ormai indissolubili delle nostre Civiltà. Sarebbe potuto accadere così, simile al pantheon romano che plasmava nel diritto gli avversari sconfitti e li rendeva poi valenti cittadini dell’Urbe accettandone anche i culti, nell’eterno rapporto tra tibetani e cinesi? Chi può dirlo! Noi nutriamo un grandissimo rispetto per ciò che rappresenta la Tradizione millenaria cinese da Lao-Tze a Confucio passando per opere come il Tao-Te-Ching e I-Ching; così come non indaghiamo con occhi da occidentali, se era migliore il pali o il sanscrito, il Bardo-To-dol (Bardo Thos-grol il Libro Tibetano dei Morti) o i Veda, le correnti spirituali Bonpa dei Lama rossi tibetani dello Yung-Drung o Bon dello su-asti-kah (traslitterazione dal sanscrito swasti=stare-bene formato da su=buono asti=essere kah=portare a, cui si attribuisce significato di salute, felicità, di portafortuna o di buon augurio), le filosofie tantriche dei Berretti Gialli Gelupga lamaisti o ancora la dottrina buddista della Triratna (le Tre Gemme, Buddha, Dharma=regola, norma e Sangha=Comunità). Queste sono faccende interne alle loro rispettive tradizioni, esclusivo e peculiare mondo simbolico e magico-rituale caratteristico per quei popoli e che noi moderni, profani a quella visione, dovremmo solo osservare e mai giudicare.

Sta di fatto che oggi questa eventualità non si può più nemmeno immaginare, visto che dal 1950 ad oggi il Tibet non è più ne indipendente né autonomo, ma schiavo di un regime assassino, di etnia Han, maoista prima e capital-comunista ora, che lo sta portando ad una vera estinzione; si perché con la Rivoluzione Culturale (1966-76) prima ha distrutto i 4 vecchiumi tradizionali della teocrazia-feudale tibetana (ideologia, cultura, usanze, costumi) e poi ha preso il peggio della nostra civiltà occidentale, cioè gli pseudo-valori, modernismo, ateismo, lucro e sfruttamento. Il metodo usato per arrivare a questo è stato quello di un genocidio sistemico: fisico, spirituale, economico, ambientale.

Con i Laogai (campi di riforma del pensiero mediante il lavoro), con le torture, con gli aborti di massa, con i lavori forzati, con i traffici di organi, hanno sterminato fisicamente la popolazione tibetana oggi ridottissima di numero; con le infrastrutture, con la burocrazia, vietando ogni pratica religiosa, considerando la medicina solo “superstizione”, distruggendo templi e monasteri, trasformando statue in lingotti, ne hanno corroso la sua cultura e il suo credo, eredità e radici fondanti per il popolo tibetano; con l’immigrazione sono state tolte case e terre ai tibetani, esiliati in casa propria ed espropriati di tutti i loro beni e questo è stato anche favorito da ferrovie che hanno reso quel territorio impervio e dal clima ostile, accessibile ai milioni di cinesi incentivati e motivati dal governo a trasferirsi lì; per il genocidio ambientale dobbiamo invece soffermarci, perché parliamo di qualcosa che avrà ripercussioni molto serie per le generazioni future ed in un mondo globalizzato come questo, non può non vedere interessati anche noi Europei.

La Cina oggi è la degna erede degli Usa, quella che in passato non ha avuto rivali e ha primeggiato nel suo ruolo di depredatrice di risorse. Quello scettro oggi se lo sta guadagnando il regime cinese. Stiamo parlando di una vera e propria devastazione planetaria che sta avvenendo in Tibet (ma anche in altre regioni di influenza). La ferrovia il Treno del Cielo Pechino-Lhasa (Tibet Express), oltre che ad aver rappresentato un sacrilegio per la loro cultura, è stato anche un modo utilitaristico per far arrivare tantissimi scienziati per adoperarsi nel saccheggio di miniere di oro, ferro, litio, rame e soprattutto uranio, cioè i 125 e oltre minerali, che i tibetani hanno sempre rispettato e lasciato al loro posto perché per stile e visione del mondo, dalla terra prendevano solo lo stretto necessario e non eccedevano mai in cupidigia umana. Per questo motivo oggi l’altopiano asiatico è diventato una base missilistica per oltre 550 testate nucleari cinesi. Ciò ha provocato un inquinamento dell’aria inaudito (è di questi giorni la notizia che per problemi di siccità i cinesi stanno sparando razzi chimici sulle nubi per far piovere) e che durante le Olimpiadi 2008 della vergogna, ha visto il governo muoversi con l’operazione “cielo pulito” visto il quantitativo di CO2 presente, che poteva creare conseguenze respiratorie agli atleti. Non solo, i rifiuti solidi e liquidi industriali, hanno generato numerose discariche tossiche, chimiche e nucleari, che finiscono nei fiumi e nei laghi inquinandoli (invasioni di alghe rosse che non permettono il passaggio dell’ossigeno), in più si deviano normali corsi di acqua con sbarramenti di dighe e si sviluppano centrali elettriche da fornire agli insediamenti cinesi.               

Cascate e gole profondissime, una bio-diversità invidiabile di flora e fauna, foreste vergini, enormi praterie e distese di terre erbose che hanno per secoli sostenuto l’agricoltura rurale tibetana, sono oggi un lontano ricordo, visto l’espandersi delle colture agricole intensive cinesi e una deforestazione selvaggia che ha ridotto questo polmone naturale di oltre il 46% del suo ricco verde.

Anche gli animali non sono risparmiati e la caccia una volta vietata da severi decreti del Dalai Lama, oggi non si riduce ad essere una necessità di sussistenza primaria, ma è un vero e proprio Safari per cinesi e visitatori occidentali, cui è possibile uccidere specie anche rarissime e protette da altre parti, o per farci delle sanguinose pellicce scuoiandone le pelli (leopardo delle nevi), o per farne succosi materiali commerciali (antilope per la sua rara lana, pecora selvaggia per le sue corna, tigre perché oltre alla pelle serve per balsami o elisir d’amore, orso per la sua bile nera benefica).

Il Tibet ha bisogno di noi per la difesa dei diritti umani e dei suoi martiri uccisi costantemente; necessita della nostra solidarietà per continuare a lottare a difesa della sua cultura; gli servono azioni coraggiose di singoli che portino la sua causa in tutte le più differenti situazioni, anche riportando le notizie “reali” che sfuggono talvolta alla censura del partito; ma soprattutto deve avere alleata una parte della politica, gente onesta, quindi molto rara, che non tema di inimicarsi il colosso giallo, perché crede in una vera giustizia e nell’autodeterminazione dei popoli che rischiano di scomparire su questo pianeta. Ma serve oggi continuare a seguire la Cina “moderna”, con i suoi monopoli nell’economia Usa, con il suo petrolio venezuelano, con i suoi gasdotti, con il suo mercato sleale che sfrutta gente ridotta in miseria, cioè con quella visione “superata” del capitalismo, ormai sempre più ad un punto di non ritorno, con le sue crisi borsistiche e con segnali preoccupanti che invitano a cambiare rotta nelle risorse da utilizzare perché sulla Terra si stanno esaurendo a forza di adorare eccessivamente Pil o guardando fissi al  superconsumismo? Nel Tibet come nel resto della Cina, tutto è permesso in nome del nuovo dio: il Profitto. Nel nome dell’utile e del lucro è lecito inquinare terre, fiumi, mari, atmosfera o far scomparire rarità animali e predatori fondamentali agli equilibri naturali. Quindi è meglio seguire la via tracciata da una società  divenuta insostenibile o guardare al modo di essere, nobile, coraggioso e fiero di un popolo irriducibile quale quello tibetano, che nonostante tutto quello che sta subendo e ha subito, non è disposto a mollare contro l’ingiustizia dell’attuale Dragone?  A voi la risposta!

Riccardo Oliva
Presidente Memento Naturae
Volontari a Difesa di Ciò che è Vita   

 
 

 

 

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