«Sono fuggita dalla Corea del Nord e mi hanno venduta per 600 euro»

La storia di Park Jihyun, 46 anni, è la prima di una serie di testimonianze di rifugiati nordcoreani che Corriere.it pubblica da oggi in esclusiva per l’Italia

Mi chiamo Park Jihyun, sono nata a Chongjin, in Corea del Nord, il 30 luglio 1968. Mio padre era autista, mia madre casalinga. Come tutti i nordcoreani sono cresciuta con la convinzione che il mio Paese fosse il migliore del mondo. Ignorando tutte le atrocità che alcuni nostri stessi concittadini sono costretti a sopportare ogni giorno.

Da ragazza sognavo di fare l’insegnante. Nel 1996 invece, anno in cui lasciai l’università, la mia vita cambiò radicalmente. La distribuzione di cibo che il governo forniva ogni mese cessò di colpo e la carestia colpì il Paese. Diedero la colpa all’Occidente, alle sanzioni economiche contro la Corea del Nord.

Nella foto :Park Jihyun, 46 anni, con Michael Glendinning, direttore esecutivo di EAHRNK (Alleanza europea per i diritti umani in Corea del Nord)

La verità però era un’altra: una cattiva gestione della produzione alimentare e le siccità e le alluvioni che distrussero i raccolti. Mio padre perse il lavoro, mia madre iniziò a lavorare al mercato nero: un’attività illegale in Corea del Nord, ma unico modo per sopravvivere.

Gli sforzi di mia madre però non bastarono. Mio padre cadde in depressione. Mio zio morì di fame e noi non avevamo nemmeno i soldi per seppellirlo degnamente. In quel periodo mio fratello più piccolo fuggì dalla base militare dove lavorava. Era stato scoperto a trafficare illegalmente oro. Tornò a casa, ma la polizia militare era sulle sue tracce. La situazione era difficile e mio padre un giorno mi disse: «Prendi tuo fratello. Dovete partire, scappate». Lasciammo mio padre malato, sdraiato in una stanza senza riscaldamento. Consapevoli che non l’avremmo più rivisto. Ancora oggi non so dove sia stato sepolto. Mi venne promesso un lavoro onesto e ben pagato e una sicura via di fuga per mio fratello. Ma una volta arrivati in Cina scoprimmo che la situazione lì era addirittura peggiore.

Venduta per 5.000 yuan ad un uomo cinese

La Repubblica cinese non riconosce i nordcoreani come rifugiati politici. Siamo semplici lavoratori immigrati illegali. La pena: deportazione e lavori forzati. Venni separata da mio fratello e portata in una casa nella periferia di una piccola città. Qui fui venduta per 5.000 yuan a un uomo cinese (circa 600 euro ndr), che da quel giorno divenne mio marito e mio padrone. L’80% delle donne nordcoreane che fuggono dal regime va incontro allo stesso destino. Vittime del traffico di essere umani, vendute come merci, sfruttate e abusate sessualmente.

L’uomo che mi comprò mi portò nella sua casa, un edificio fatiscente in un piccolo villaggio, da cui non potevo scappare. Lui e i vicini di casa mi dicevano continuamente che se avessi tentato di fuggire mi avrebbero denudata, stuprata in pubblico, denunciata alla polizia e infine uccisa di nascosto. Avevo paura, ero sola in un Paese straniero, abbandonata a me stessa. Più volte ho avuto voglia di morire. Solo il pensiero di mio padre, che avrebbe desiderato per me un futuro migliore , mi dava la forza di andare avanti. Pochi mesi dopo rimasi incinta. Partorii un bambino che non aveva né nome né nazionalità. Perché il governo cinese non riconosce i figli delle donne nordcoreane e in Corea del Nord i bambini che hanno un genitore straniero sono uccisi senza pietà.

Arrestata e portata in una prigione cinese

Una notte la polizia cinese fece irruzione nella mia casa. Avevano scoperto da dove venivo: vennero per arrestarmi e rimpatriarmi in Corea del Nord. Li implorai, mi scusai, ma non mi diedero ascolto. Il 30 aprile del 2004 mi portarono in carcere. Lì mi tolsero tutti i vestiti, mi picchiarono e mi perquisirono, ordinandomi di dare loro tutti i soldi che avevo. Arrivai in carcere alle 7 del mattino, mi interrogarono fino a mezzanotte.

La cella dove mi rinchiusero era piena di nordcoreani. Scoprii in seguito che mi trovavo in un luogo costruito appositamente per quelli che come me attendevano di essere deportati. Le perquisizioni corporali avvenivano ogni giorno. Dovevamo spogliarci di fronte a un ufficiale, accovacciarci a gambe divaricate e rimetterci in piedi. Più e più volte. Il loro sospetto era quello che noi donne nascondessimo denaro all’interno del nostro corpo.

In carcere

Dopo una settimana fui deportata in Corea del Nord. E finii di nuovo in carcere. Ero quasi sollevata all’idea di far ritorno nel mio Paese. Nonostante tornassi come criminale pensai che la polizia nordcoreana avrebbe compreso le ragioni della mia fuga e che quindi sarebbero stati più magnanimi. Ma mi sbagliavo.

La prigione era piena di detenuti.

C’erano tre stanze grandi pochi metri quadrati con 40-50 persone ciascuna. Non c’era spazio nemmeno per dormire. Per poter andare nell’unico bagno disponibile bisognava chiedere il permesso. Un giorno, nonostante le mie insistenti richieste di andare alla toilette, nessuno mi rispose.

Ci andai lo stesso, senza permesso. Come punizione mi costrinsero a pulire il bagno a mani nude, senza saponi né acqua. In carcere poi non c’erano assorbenti. Alle donne veniva dato solo un pezzo di asciugamano che poi faticavamo a lavare per mancanza di acqua. Una mattina un guardiano mi scoprì mentre tentavo di pulirlo: per punizione mi obbligò a tenere sulla testa questo straccio grondante di sangue e a chiedere scusa ripetutamente a voce alta.

Spedita in un campo di lavoro

Mi trattennero in questa prigione per circa due settimane. Poi mi spedironoin un campo di lavoro. Era estate, faceva molto caldo e dovevamo lavorare senza sosta. Nella mia cella c’erano circa 100 persone. La notte, prima di chiuderci dentro, gli agenti mettevano due secchi in mezzo alla stanza: dovevamo fare lì i nostri bisogni. Il «campo di correzione» in cui fui portata si trovava vicino al mio vecchio quartiere: dove ero cresciuta, avevo studiato e vissuto con la mia famiglia per più di 20 anni. Fino a quel momento però non sapevo che fosse un campo di prigionia.

Mi facevano lavorare nella fattoria del campo dalle 4.30 del mattino alle 11 di sera. Non riuscivo nemmeno a pensare a mio figlio, non avevo le forze. La mia priorità era solo sopravvivere. Le persone attorno a me morivano una dopo l’altra. Un giorno mi svegliai con una gamba paralizzata, talmente gonfia che dovetti tagliare parte del pantalone per avere un po’ di sollievo. Non riuscivo ad alzarmi né a camminare. Le guardie mi picchiarono.

Dicevano che non avevo voglia di lavorare. La gamba divenne ben presto nera e gli agenti per liberarsi di qualsiasi responsabilità mi trasferirono in un’altra zona del campo, dove però le condizioni della gamba peggiorarono. C’erano quasi 39 gradi, la febbre iniziava a salire e la gamba si riempiva di vesciche maleodoranti. Mi visitò un dottore. Disse che l’arto doveva essere amputato. Non mi curarono. Mi rilasciarono dal campo e mi abbandonarono in mezzo alla strada.

La gamba intanto peggiorava di giorno in giorno, marciva lentamente e sempre più insetti coprivano le mie ferite. Andai alla polizia supplicando di essere portata in un «orfanotrofio», un luogo in cui si era sempre sotto sorveglianza, ma certo migliore dei campi di concentramento. Impiegai circa tre mesi per riprendermi. Scoprii allora che mio padre era morto subito dopo che varcammo il confine e che mio fratello era stato arrestato e deportato in Corea del Nord. Supplicai le guardie di lasciarmi uscire per visitare la tomba di mio padre. In un momento di rara compassione accettarono.

La fuga in Europa

Mi diressi invece verso il confine cinese. Non avevo soldi e sapevo che l’unico modo per raggiungere mio figlio era trovare un altro trafficante e chiedergli di essere venduta. Così feci. Una volta raggiunta la Cina riuscii a scappare.All’inizio del dicembre 2004 contattai mio figlio, e per la prima volta da quando ci separarono sentii nuovamente la sua voce. Mi ripromisi che gli dovevo una vita migliore. Contattai quindi una persona che mi dissero avere esperienza nell’aiutare i nordcoreani a lasciare la Cina e a raggiungere l’ambasciata sudcoreana in Laos per richiedere asilo. Scoprimmo allora che alcuni Paesi occidentali, tra cui il Regno Unito, accoglievano i nordcoreani come rifugiati politici. Ci facemmo fare falsi passaporti cinesi per volare in Inghilterra, e appena arrivati in Europa chiedemmo asilo.

Corriere della Sera,25/11/2014

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