Soldi trasferiti da Prato in Cina, l’inchiesta a un punto morto

Dopo due anni dei 287 imprenditori coinvolti nessuno è stato ancora rinviato a giudizio e la strada della confisca dei beni cozza contro il parere dei giudici

Nella foto il denaro sequestrato dalla Finanza in un money transfer

PRATO. Resterà ben poco dell’operazione Cian Liu, l’inchiesta del sostituto procuratore Pietro Suchan che vede indagate 287 persone, quasi tutti cinesi, in gran parte residenti a Prato, per i trasferimenti di denaro dall’Italia alla Cina (circa 4,5 miliardi di euro in quattro anni, si disse nel 2010). Resterà ben poco perché sono già passati più di due anni dall’avviso di conclusione delle indagini (ottobre 2012) senza che sia stata depositata la richiesta di rinvio a giudizio. E perché la strada alternativa tentata dalla Procura, cioè leproposte di confisca dei beni degli indagati, sta cozzando contro il diverso parere dei giudici.

Lo conferma un recente provvedimento adottato dalla sezione di prevenzione del Tribunale di Firenze, presieduta da Ettore Nicotra, che ha rigettato la richiesta di confisca dei beni di Yang Xinjao, un imprenditore cinese di 48 anni difeso da Costanza Malerba e Federico Febbo. La Procura voleva la confisca di due immobili e due autovetture, ma i giudici hanno rigettato la proposta, e lo stesso faranno in tutti i casi simili. Yang Xinjao è uno delle decine di confezionisti cinesi che tra il 2006 e il 2010 hanno spedito milioni di euro dall’Italia alla Cina servendosi del circuito dei money transfer. In particolare della catena Money2Money della famiglia italiana Bolzonari (Bologna) alleata con la famiglia cinese Cai (Prato).

I trasferimenti venivano frazionati in migliaia di operazioni inferiori ai 2.000 euro per evitare di essere rintracciati e in molti casi venivano fatte a nome di persone inesistenti o ignare. Lo scopo era non essere rintracciati, verosimilmente per far arrivare partite di tessuti che poi poteva essere rivenduta al nero. Basta questo per vedersi confiscare beni mobili e immobili? Secondo la sezione di prevenzione del Tribunale di Firenze, no. Perché la legge italiana consente la confisca quando ricorrono certe condizioni: ci sia sproporzione tra i beni posseduti e il reddito dichiarato; il soggetto sia consapevole di agevolare un’associazione mafiosa; il soggetto sia socialmente pericoloso.

Elementi, questi, che non corrispondono a molti dei 287 indagati nell’inchiesta Cian Liu (quasi tutti incensurati, inconsapevoli di agevolare i 24 che sono accusati anche di associazione mafiosa, anche se la sproporzione tra i beni posseduti e i redditi dichiarati è spesso evidente). Inoltre non c’è prova che i confezionisti cinesi abbiano riciclato il denaro di altri. Semmai riciclavano il proprio. L’evasione fiscale, secondo i giudici, in sé non è socialmente pericolosa come ha sostenuto la Procura, altrimenti anche nel caso di molti grandi evasori fiscali italiani sarebbero scattate le confische, cosa che non è quasi mai avvenuta. Il procedimento penale intanto langue e la prescrizione è sempre meno un’ipotesi, a questo punto.

Il Tirreno,28 Gennaio 2015

Articoli correlati

 

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.