Slogan-denuncia che sta scuotendo i potenti di Pechino

I dissidenti cinesi hanno scelto lo slogan per il 2012, anno del Drago: “Sepolti vivi”. L’espressione è stata adottata dallo scrittore Yu Jie, fuggito dalla Cina con la famiglia e arrivato negli Stati Uniti alla metà di gennaio. L’oppositore, noto per aver redatto un dossier contro il premier Wen Jiabao dal titolo Il più grande attore della Cina, ha raccontato di essere stato torturato e minacciato di morte dalla polizia di Pechino. Prima di caricarlo su un aereo in partenza per New York, gli agenti del governo hanno condotto Yu Jie in una caserma, lo hanno denudato e gli hanno rotto le dite delle mani. Uno degli aguzzini gli ha comunicato che “se dall’alto arriva l’ordine che attendiamo, in mezz’ora possiamo scavare un fossa e seppellirti vivo, senza che il mondo lo sappia”. Yu Jie ha raccontato che la polizia gli ha detto che in Cina non restano più di duecento intellettuali influenti che si oppongono alla dittatura del partito comunista e che se le autorità lo ritenessero opportuno, in una notte possono finire tutti sepolti vivi sotto mezzo metro di terra. A Yu Jie è stato detto anche che lo scrittore Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace nel 2010, è il primo nella lista degli aspiranti sepolti vivi cinesi. Da quasi un anno e mezzo Liu Xiaobo, ufficialmente, resta rinchiuso in un carcere della Manciuria, dove sconta una condanna a dieci anni. Sua moglie Liu Xia, colpevole di essere la consorte di un Nobel, è isolata agli arresti domiciliari e risulta scomparsa. In meno di un mese i tribunali cinesi hanno condannato a dieci anni altri tre oppositori, mentre l’architetto dissidente Ai Weiwei non può lasciare Pechino e rischia una pena di quattordici anni. La Cina appare tranquilla, ma in caso di crisi le autorità sono pronte a “seppellire vivi” tutti coloro che osano criticare partito e governo. In pochi giorni, nonostante la censura e i filtri della Rete, lo slogan “sepolti vivi” è riuscito ad acquisire una vita propria online ed è diventato il marchio della seconda potenza economica del mondo. “Stai attento o ti faremo seppellire vivo” è risultata l’espressione più commentata sul web. Gli internauti cinesi clandestini hanno coniato anche un nuovo augurio per l’anno del Drago: “Spero che tu possa entrare nella lista di quelli da seppellire vivi”. Espatriato dietro la promessa di non svolgere all’estero attività “illegali o incostituzionali”, Yu Jie rischia ora la vita. La denuncia dei dissidenti cinesi non sta però mobilitando cancellerie occidentali e organizzazioni internazionali, paralizzate dalla crisi e vittime del ricatto economico di Pechino. L’agonìa dell’opposizione cinese si consuma nel silenzio totale del mondo e l’anno della grande repressione si appresta a cancellare le ultime voci indipendenti della nazione. Il governo cinese rifiuta qualsiasi commento sulla sorte di Yu Jie e dichiara si essere all’oscuro del suo stesso arrivo negli Usa. Tutti i termini correlati al suo nome sono bloccati sulla Rete e i giornali di Stato, in due commenti, hanno scritto che “figure marginali sono destinate a svanire presto dalla vista della gente”. La Cina sta dunque già finendo di seppellire il dissenso, la repressione stringe la presa sulla popolazione e il Paese si prepara al cambio di leadership da cui tra pochi mesi emergerà la classe dirigente dei prossimi dieci anni. Il presidente Hu Jintao tra il 2012 e il 2013 cederà le sue cariche all’attuale vice Xi Jinping, mentre il premier Wen Jiabao verrà sostituito dal numero due del governo, Li Keqiang. Cambieranno sette membri su nove del comitato centrale e dentro i nuovi poteri che occupano la Città Proibita si consuma una violenta lotta clandestina tra riformatori moderati e conservatori nostalgici dell’ortodossia maoista. Tale tensione spiega l’offensiva più dura dai tempi di piazza Tiananmen contro la minima espressione di dissenso. Il potere passa di mano e la Cina è costretta a fronteggiare l’onda lunga della crisi occidentale, il vento di cambiamento che soffia sul Mediterraneo, le incertezze politiche nella penisola coreana e in Birmania, le sommosse operaie e contadine che sconvolgono le regioni produttive del Paese, l’inarginabile forza d’urto della Rete. La risposta cinese sembra limitarsi a seppellire vivo chi non ubbidisce: ma se i problemi restano, potrebbe essere infine il becchino a scavarsi la fossa.

Giampaolo Visetti

Fonte: La Repubblica, 28 febbraio 2012

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