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La sindrome cinese e il coraggio della chiesa a Hong Kong

La Chiesa cattolica locale ha difeso le proteste nell’ex colonia contro il governo di Pechino.Ma sulla Cina il pontificato di Francesco è ancora da decifrare.

HONG KONG – Qui a Hong Kong i manifestanti di “Occupy Central” non si fanno intimorire dal caldo e dall’umidità opprimente: le strade del centro, affollate ogni domenica pomeriggio dalle badanti indonesiane e filippine, sono state prese dal movimento democratico.

Le manifestazioni contro la recente decisione di Pechino di limitare, tramite un filtro preventivo sui candidati, la democraticità delle elezioni previste per il 2017 aumentano la tensione tra la città emainland China, all’interno di una situazione di preoccupata attesa per i prossimi anni. Questa finestra temporale, tra oggi e il 2017, è cruciale perché si colloca esattamente a metà strada tra il 1984, quando venne firmato il trattato tra la Gran Bretagna e Pechino, e il 2047, quando finirà il cinquantennio “provvisorio” iniziato nel luglio 1997 col ritorno di Hong Kong alla Cina.

La sensazione è che sia già stata tradita la promessa fatta da Pechino di “non cambiare nulla” tra 1997 e 2047 nel sistema della “Special Administrative Region” di Hong Kong.

Nella situazione di Hong Kong gioca un ruolo particolare la chiesa cattolica: una comunità religiosa ma anche una istituzione direttamente alle prese con il quadro “un paese, due sistemi” che regge i rapporti con Pechino.

La chiesa cattolica deve essere tanto prudente in Cina quanto è coraggiosa qui a Hong Kong.

Il cardinale vescovo emerito, il salesiano Zen, ha fama di duro nei confronti di Pechino ma anche verso quanti nutrono speranze di una Ostpolitik vaticana verso la Cina.

I miei interlocutori mi offrono un’immagine simile: una politica religiosa del regime cinese caratterizzata in tempi recenti da un inasprimento contro la libertà di vescovi e preti.

Il quadro ecclesiale di Hong Kong riflette l’importanza di questa chiesa locale molto particolare (fondata da missionari italiani a metà ottocento e in buona parte ancora animata da clero italiano): per la prima volta questa diocesi ha due cardinali (l’arcivescovo John Tong e l’emerito Zen) e tre vescovi ausiliari, consacrati nel fine settimana scorso.

Non accadeva da quasi due decenni, dal 1996, quando Roma nominò un vescovo ausiliare anche per paura che la transizione del luglio 1997 avrebbe significato la libertà della chiesa in Hong Kong e portato insidie alla libertà del suo vescovo.

Oggi, nel 2014, per una chiesa come quella di Hong Kong un corpo episcopale del genere – un vescovo cardinale cui papa Francesco ha chiesto di rimanere oltre il limite dei 75 anni, tre ausiliari, e un cardinale vescovo emerito – risponde ad esigenze non solo di governo della chiesa locale, ma anche di posizionamento della chiesa verso la situazione politica e quindi verso Pechino.

Nel luglio scorso i neo-vescovi ausiliari freschi di nomina hanno preso una posizione chiara verso la questione democratica a Hong Kong, diventando una delle voci più autorevoli dell’opposizione. La chiesa locale di Hong Kong ha presente e non vuole replicare il caso della vicina Macao, ben più allineata a Pechino.

La questione cinese rappresenta uno dei punti-chiave della politica internazionale della Santa Sede. Il recente viaggio in Corea di Papa Francesco ha mandato segnali contraddittori: il permesso di sorvolo della Cina da parte dell’aereo papale ma anche il divieto imposto ai giovani cinesi dal governo di recarsi in Corea. Francesco ha dal canto suo lanciato segnali conciliatori a Pechino in varie occasioni.

Si ripropone una delle dinamiche tipiche della storia della Ostpolitik vaticana nel Novecento: è Roma che porta avanti il dialogo con i regimi totalitari, di fronte allo scetticismo o alla riluttanza delle chiese locali, direttamente alle prese con le politiche antireligiose di quei regimi.

Nell’articolo di inaugurazione del nuovo portale americano di “notizie cattoliche”, Crux, il massimo vaticanista statunitense, John Allen, includeva tra le “tough questions” da porre al papa la questione cinese. La politica internazionale di Francesco è una delle questioni su cui il pontificato è ancora da decifrare.

Di Massimo Faggioli,Europa Quotidiano,05/09/2014

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